Carceri, galere e pure ghigliottina: ecco come Genova si faceva giustizia

A distanza di pochi mesi uno dall'altro, si presentano regolarmente momenti di polemica non solo tra i diversi partiti politici, ma anche trasversalmente ad essi, in merito al valore e al significato della vita: dall'aborto al soccorso in mare di clandestini, dal testamento biologico alle regole di ingaggio per i militari. Spesso da queste polemiche emergono posizioni che appaiono contraddittorie, nel momento in cui sembrano considerare la vita come un fatto sacro, o viceversa, per poi negare (o affermare) questa sacralità al modificarsi del contesto in cui il problema viene posto.
Uno degli argomenti su cui uLtimamente non si sono avute nuove aperture di dibattito è la pena di morte, ma si può essere certi che prima o poi qualcuno riproporrà la questione. Nell'attesa, può essere utile ed interessante, oltre che stimolo per opportune riflessioni, approfondire una serie di momenti concreti che riguardano l'applicazione della pena di morte, come avveniva a Genova nei secoli recenti, successivi alla scoperta dell'America.
In questa ricostruzione, ci aiutano una serie di documenti forniti dal Centro Ricerche Criminalistiche di Genova, oltre a una bella pubblicazione edita nel 2008 per la serie dei Quaderni Franzoniani dalla Associazione amici della Biblioteca Franzoniana: «La veneranda Compagnia di Misericordia dal medioevo al terzo millennio», a cura di Claudio Paolocci. All'interno di questo Quaderno, ritroviamo sia lo statuto della Compagnia risalente agli ultimi anni del Quattrocento sia l'ultima versione riveduta e corretta (ma che peraltro si distacca ben poco dalla prima) risalente al 1638, con modifiche intervenute presumibilmente nel corso del ventennio successivo.
Sulla base dei documenti cui si accenna qui sopra possiamo intanto ricostruire, prima di venire ai particolari di quanto avveniva nel periodo a cavallo tra fine settecento e prima metà dell'ottocento, un sintetico quadro relativamente alle tipologie di esecuzione utilizzate nella Repubblica di Genova, ai luoghi in cui questa avveniva ed a quelli in cui si effettuava la detenzione dei condannati. Poi, oltre ad una più precisa descrizione delle esecuzioni che venivano effettuate in epoca moderna, potremo vedere le istruzioni seguite nei secoli -senza che intervenissero innovazioni di particolare rilievo- dai Confratelli della Misericordia che accompagnavano al patibolo i condannati e li assistevano nel trapasso.
Cominciamo quindi con un veloce excursus sui luoghi di detenzione utilizzati nel tempo a Genova, dopo aver ricordato che le forme di esecuzione della pena capitale succedutesi nel tempo sono quella per decapitazione (anche con squartamento), per impiccagione, poi ancora per ghigliottina ed infine di nuovo per impiccagione, con l'alternativa della fucilazione per i reati politici. Altre sanzioni «minori» erano la galera (intesa anche nel senso vero e proprio di condanna ai remi; d'altro canto va ricordato che questa sorte poteva spettare anche a schiavi, prigionieri di guerra o addirittura a volontari: i cosiddetti «buonavoglia»), il taglio di naso, orecchie e via deturpando, la gogna con la variante del «da du cu in ciappa» (a carico dei debitori insolventi, che venivano lasciati cadere dall'alto su una pietra con effetti che potevano essere devastanti), la frusta, le ammende pecuniarie ed altre fino ad arrivare alla semplice «forestazione»: clausura tra le mura domestiche per le colpevoli di adulterio. Alle streghe, come agli eretici (cui erano equiparati i sodomiti), era riservato il rogo, mentre una sanzione tipica per i reati politici era il bando.
Tornando ai luoghi di detenzione, e tralasciando Marassi, è opportuno dire due parole sulle carceri di Sant'Andrea, insediate nel 1810 dal governo napoleonico in un convento che era stato di proprietà delle monache Benedettine e risaliva al XII secolo. Queste carceri furono demolite a fine ottocento, dopo l'abbandono avvenuto pochi anni prima, insieme ad una buona parte della collina di Morcento su cui sorgevano, per far luogo alla costruzione di Piazza De Ferrari e di via XX Settembre.
Altro edificio utilizzato a fini di giustizia fu la stessa Porta Soprana (o Porta di Sant'Andrea), costruita con la cinta muraria del Barbarossa, nel 1155, nelle cui torri trovarono talvolta posto, nell'ottocento, le celle dei condannati e l'abitazione dei carcerieri. Nelle torri della Porta venne anche collocata, una volta in disuso, la ghigliottina utilizzata durante il periodo napoleonico, il cui ritrovamento avvenne nel corso di alcuni lavori di ripristino effettuati nel 1937. Vi è altresì l'ipotesi che la struttura sia stata utilizzata anche per la residenza dei boia, anche se la «Casa del Boia» è nome tradizionalmente dato dai genovesi ad un altro edificio, di epoca medioevale, sito presso la Piazza Cavour, vicino al Molo, luogo dove per lungo tempo vennero effettuate di norma le esecuzioni. La stessa costruzione è chiamata anche «Casa di Agrippa», in quanto durante i lavori di costruzione della Sopraelevata venne rinvenuta nei pressi una lapide di marmo intitolata all'ammiraglio di Augusto, Vipsanio Agrippa. Le difficoltà a ricostruire esattamente quali siano stati nel tempo gli alloggi del boia dipendono evidentemente dall'esigenza di tutelarlo da possibili vendette e quindi dalla relativa necessità di segretezza in materia.
Sempre nel quartiere del Molo fu costruito, nel XIII secolo, il carcere della Malapaga, che probabilmente deve il proprio nome al fatto di essere destinato in particolare ai debitori inadempienti. Questi potevano venire rinchiusi dentro al carcere, o semplicemente legati per impedirne la fuga e lasciati a cielo aperto a patire fame e freddo, oltre ai tormenti inflitti dai passanti. Così come è avvenuto per le carceri di Sant'Andrea, anche della Malapaga, demolita a inizio '900, non resta più traccia. A Genova, la forca, che in tempi più remoti veniva eretta in piazza San Lazzaro, ora Pzza Dinegro, e successivamente era stata trasferita al Castellaccio, presso le Mura delle Chiappe, cui si perveniva per le Salite dell'Agonia e della Morte (oggi Emanuele Cavallo e Accinelli), aveva infine trovato la propria collocazione, in pieno ottocento, al Molo Vecchio, nel piazzale antistante la Porta Siberia.
La sepoltura dei cadaveri di coloro che avevano subito la pena capitale veniva fatta in una specie di fossa comune: un pozzo presso la cosiddetta Parrocchia degli Impiccati, ossia la Chiesa di San Giacomo, che si ergeva a picco sul mare sul promontorio di Carignano, dove oggi si trova la rotonda che si affaccia su Corso Aurelio Saffi. Ad essa si perveniva attraverso crose che salivano dalla strada delle mura litoranee; questa collegava a sua volta il luogo delle esecuzioni per impiccagione (il Molo vecchio) a quello delle esecuzioni per fucilazione, riservate ai delinquenti (o, a seconda delle opinioni, martiri) politici, (piazza della Cava, che si trovava nell'area dove furono poi effettuati gli sbancamenti di S. Benigno).
Poco distante, nel Palazzo del Mare, poi divenuto la sede della prima banca costituita in Europa, il Banco di San Giorgio, fu recluso nel 1298, tra gli altri prigionieri di guerra, Marco Polo, catturato nella battaglia di Curzola. Questi approfittò della prigionia per dettare al pisano Rustichello, scrittore di lingua d'oil, la storia dei propri viaggi in estremo oriente. Questa storia, pubblicata inizialmente con il titolo di «Le divisament du monde» (La descrizione del mondo), divenne poi nota come «Il Milione».
Risalendo verso il colle di Morcento, anche il Palazzo Ducale, sede del governo genovese, venne utilizzato per più di quattro secoli come prigione e, all'occasione, come luogo deputato alle esecuzioni: nel 1507, nel cortile del Palazzo venne decapitato, dopo essere stato rinchiuso nella Torre Grimaldina che si erge ad un lato dell'edificio, Paolo da Novi, già Doge «plebeo» della città e, come tale, avversato fino al sanguinoso epilogo dalle potenti famiglie della nobiltà. In questa occasione, come in altre in cui si voleva dare un chiaro esempio a tutta la popolazione, dopo la decapitazione il corpo fu squartato e ognuna delle quattro parti venne appesa alle principali porte della città, mentre la testa fu esposta sulla Torre. Un'alternativa nella stessa logica consisteva nell'appendere la testa del malcapitato in una gabbia sotto alla Porta degli Archi. Le esecuzioni «normali» si facevano invece strozzando il condannato con il metodo del laccio alla gola stretto mediante un bastone (utilizzato ancora in Spagna, in forma appena più evoluta -la garrota- fino a non molto tempo fa) oppure decapitandolo con una corta mannaia.
La Torre Grimaldina, della cui esistenza si ha la prima notizia ufficiale a fine duecento, fu adeguata a carcere anche con una soprelevazione, tuttora evidente anche dall'esterno. I condannati e i prigionieri di rango erano custoditi nella Torre, in piccoli locali riservati, per non mischiarli ai delinquenti comuni che stavano ammassati, spesso incatenati, in grandi stanzoni dell'adiacente Palazzetto Criminale, che oggi ospita l'Archivio di Stato di Genova.
Ognuna delle celle della Torre e del Palazzetto Criminale aveva un proprio nome. Ne troviamo un elenco negli atti di un processo per favoritismo ad uno dei custodi delle carceri: Paradiso, Superbia, Canto, Stanza della Cappella, Reginetta, Armi, Donne, Pregionetta, Pistole, Diana, Colombara, Luna, Granda, Palma, Gentilomo, Gabbia, Ferrate, Sicurezza, Dianetta, Gallina, Strega, Volpe, Capitania, Ospedale, Pozzetto. Vi era anche una Grimaldina, presumibilmente dal nome di qualche illustre prigioniero che diede nome non solo alla stanza in cui era recluso ma all'intero edificio della Torre. Nel Palazzetto Criminale le celle erano trentadue: tre riservate alle donne, le altre si distinguevano in "palesi" e «segrete» a seconda che il nome dei prigionieri fosse o meno coperto da privacy …
La cella chiamata Examinatorio era corredata degli strumenti di tortura dell'epoca, come il cavalletto e la corda, alla quale gli inquisiti venivano appesi per le braccia, legate dietro la schiena, per poi subire una serie di «strappi», tormento che poteva servire sia per ottenere delle confessioni che direttamente come sanzione per certi tipi di reato. Il Maestro di Giustizia disponeva anche di una collezione completa di mannaie, coltelli, lacci e tutti gli strumenti utili per la sua professione. Un medico aveva il compito di sorvegliare che i metodi utilizzati per gli interrogatori non andassero oltre il limite della sostenibilità.
Un piccolo excursus. Tra gli strumenti inquisitori in uso, oltre alla tortura, vi erano anche le delazioni. Nell'atrio di Palazzo Ducale esiste ancora un'antica e particolare cassetta postale: quella degli «Avvisi agl'Ill.mi Supremi Sindicatori» cui erano indirizzati i «Biglietti di calice» (probabilmente dal greco Kalypto: nascondo) contenenti informazioni anonime sui cittadini genovesi.
In molte celle si possono ancora vedere scritti, disegni e perfino giochi. Alcuni dei disegni sono opera di veri e propri artisti, che furono rinchiusi alla Grimaldina: Sinibaldo Scorza nel 1625, Domenico Fiasella nel 1626, Luciano Borzone e A.G. Ansaldo nel 1628, il paesaggista olandese Pieter Mulier il giovane -detto Cavalier Tempesta per il tema preferito nei suoi dipinti- nel 1679. Tra i figli delle Muse, un altro ospite importante della Grimaldina fu Niccolò Paganini, per questioni di donne. Secondo Stendhal, fu proprio durante la prigionia che il famoso violinista apprese la propria formidabile arte.
Tra gli involontari ospiti politici della Grimaldina vanno ricordati, oltre al già citato Paolo da Novi, anche Giulio Cesare Vacherio e Jacopo Ruffini. Il Vacherio, nativo di Sospel, presso Nizza, congiurò contro la Repubblica per favorire la presa del potere da parte di casa Savoia e della fazione ad essa favorevole. Scoperto e catturato, malgrado le… sollecitazioni, non rivelò mai i nomi dei complici. Parlò solo per chiedere, una volta condannato all'impiccagione, di essere invece decapitato. Fu accontentato.
In Via del Campo, vicino alla Porta dei Vacca, si può scorgere, dietro una fontana fatta erigere dai suoi discendenti per nasconderla, la colonna infame che la Repubblica gli dedicò nel 1628, che porta incisa la scritta seguente:
iulij caesaris vacherij
perditissimi hominis
infamis memoria
qui cum republicam conspirasset
obtruncato capite, publicatis bonis
expulsis filiis, dirutaque domo
debitas poenas luit
(Infame ricordo di un uomo scellerato, Giulio Cesare Vacherio, il quale, avendo cospirato contro la Repubblica, espiò le pene dovute, essendogli stato mozzato il capo, confiscati i beni, banditi i figli e distrutta la casa).
Quanto a Jacopo Ruffini, che gode almeno fino ad oggi di una reputazione migliore del Vacherio, questi, aderente alla Giovane Italia e sostenitore dell'Italia «Una, Indipendente, Libera, Repubblicana» fu arrestato nel 1833 e rinchiuso nella cella chiamata «Scalinetto». Circa un mese dopo, fu trovato «suicidato» mediante taglio della gola con un coltello.
Nella ricerca sul territorio cittadino di altri edifici e località destinati ad uso di giustizia, vanno ricordati infine la Lanterna -che fu talvolta usata come carcere nei tempi più lontani e nei pressi della quale si usavano montare forche e capestri per supplizi ed esecuzioni capitali - e lo scomparso Convento di San Domenico, a suo tempo esistente dove oggi si trova il Teatro Carlo Felice, che fu sede dell'Inquisizione. Particolarmente nel XVI secolo, questo Tribunale lavorò con estrema ferocia: è generalmente noto il processo contro le «streghe di Triora» che coinvolse in un modo nell'altro una buona parte della popolazione di quelle valli dell'imperiese. Al di là di questo, gli annali del 1587 ci informano che nella sola Genova in tre mesi furono messe a morte per stregoneria più di cinquecento persone. Ultima indicazione topografica: i roghi per le streghe genovesi si facevano in Piazza Banchi.
Abbiamo così rivisitato rapidamente, attraverso la storia dei luoghi, la storia della giustizia criminale a Genova dal '600 fino al secolo scorso. Veniamo ora, come promesso, ad occuparci delle modalità di esecuzione utilizzate nel XIX secolo, e cioè successivamente alla avvenuta annessione della Repubblica di Genova al Regno di Casa Savoia. In quegli anni, gli standard vigenti (peraltro, come vedremo, almeno sotto certi aspetti, con una certa elasticità) su tutto il territorio, erano i seguenti.
In primo luogo, subito dopo l'emanazione della sentenza, alcuni tra gli alti funzionari di Giustizia (avvocati dello Stato, Giudici) che avevano seguito il processo fino alla condanna, si recavano nel luogo dove era previsto che avesse luogo l'esecuzione, per individuare una località con le caratteristiche necessarie in termini di spazi, di accessibilità e di distanza dall'abitato. Ciò fatto, era necessario trovare una casa che servisse allo scopo di ospitare la Famiglia di Giustizia (brigadieri, sottobrigadieri e soldati per la scorta del condannato), il boia e il suo assistente. In un locale apposito della stessa casa (c.d. «confortatorio») doveva poi trascorrere le sue ultime ore il morituro.
Come si può immaginare, sia per le notevoli esigenze di spazio che per le… ricadute di immagine che una situazione del genere poteva produrre, non era facile trovare privati disponibili a fornire un immobile adeguato, e la soluzione più usuale era quella di utilizzare locali pubblici temporaneamente adibiti a questo uso poco simpatico.
I primi ad arrivare erano la Brigata di Giustizia e, separatamente, il Boia; quest'ultimo era accompagnato da alcuni militi e dal proprio assistente e viaggiava su un carro contenente anche tutta l'attrezzatura necessaria per montare la forca. Altri personaggi che erano presenti in queste circostanze rappresentavano il mondo della medicina (sia a fini di assistenza che di studio: medicina legale e antropologia criminale) e quello dell'informazione (nei casi di maggior notorietà perfino ritrattisti…). Chi poi era sempre presente erano i rappresentanti delle Confraternite e delle Compagnie (come quella di Misericordia) che si dedicavano all'assistenza spirituale del prigioniero ed alla salvezza della sua anima. Tra questi era sempre presente almeno un sacerdote che provvedeva a dare al condannato gli ultimi sacramenti e gli stava vicino fino alla fine.

(1 - continua)