«La Carta non è intoccabile: conta la volontà del popolo»

È una porta stretta, anzi strettissima. La secessione non è una questione che si possa affidare alle urne e a un referendum. No, il professor Giuseppe Franco Ferrari, docente di Diritto pubblico comparato e di Diritto costituzionale alla Bocconi, considera fantascienza o quasi il percorso indicato domenica a Venezia da Umberto Bossi. «Però - aggiunge l’esperto - l’opinione pubblica ha un suo peso. La costituzione non è sacra e inviolabile. Tutto può essere modificato per via politica, se dentro la società si manifesta una certa corrente di pensiero. O in alternativa per via rivoluzionaria».
Il referendum proposto d Bossi?
«Francamente non lo vedo. Il referendum previsto dall’articolo 75 è abrogativo e non va bene al caso nostro».
C’è anche il referendum previsto dall’articolo 138. Perché non votare per un sì o un no ad una cambiamento storico della nostra geografia?
«Proprio per quello che dice lei. Dopo l’articolo 138 viene il 139. E il 139 mette il lucchetto all’Italia di oggi».
Scusi, il 139 dice solo che la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione.
«D’accordo, ma la dottrina allarga il concetto. L’articolo 5 parla di repubblica una e indivisibile. Siamo ai fondamentali. Se crollano i pilastri viene giù l’intero edificio».
Allora che facciamo, la rivoluzione?
«È un’ipotesi».
Scherza?
«Voglio dire che le istituzioni cambiano di solito in presenza di sconvolgimenti epocali. Cechi e slovacchi si sono divisi quando è caduto il comunismo, e l’Unione sovietica si è dissolta alla stessa maniera. L’autodeterminazione dei popoli viene prima delle costituzioni».
Un attimo. Torniamo al presente.
«Dobbiamo essere pragmatici».
D’accordo, ma come procedere se il 139 non va bene?
«È un problema politico. Se l’opinione pubblica ribolle ed esige il cambiamento, allora i partiti possono trovare un accordo in tal senso».
In concreto?
«Se milioni di persone chiedono il cambiamento, allora si può pensare di utilizzare la revisione anche per riscrivere l’articolo 5 e non solo quello. Perché andrebbero riscritti molti altri articoli».
Insomma, la revisione è difficile ma non impossibile?
«Guardi, noi dall’Ottocento abbiamo avuto due costituzioni, quella attuale e lo Statuto albertino, ma i francesi ne hanno cambiate undici».
Se l’abito è vecchio si va in sartoria?
«Certo. Non esistono dogmi. E non esistono nemmeno passaggi predefiniti. Siamo su una strada, al momento del tutto eventuale, da costruire passo passo. Per questo credo che anzitutto si debbano sostituire i pilastri».
Poi?
«Poi si vedrà».
Un accordo per cambiare la nostra Carta?
«È la base di ogni ragionamento. Ma non è un’operazione che si possa fare nei seggi. No, si deve costruire una maggioranza in parlamento che decida di percorrere questa strada. A quel punto si troveranno gli strumenti idonei a forgiare il nuovo vestito».
La secessione non con un referendum ma nemmeno con un golpe?
«Si può ragionevolmente andare in questa direzione, se ci sono i numeri in parlamento».
E se non dovesse funzionare? Se il paese si spaccasse fra favorevoli e contrari?
«Si torna alla rivoluzione che può essere democratica e incruenta. Oppure violenta, dipende. Tutto può accadere: Emanuele Filiberto potrebbe anche sbarcare a Marsala e proclamare la monarchia».
Centocinquanta anni fa ci furono i plebisciti.
«Che non erano certo previsti dallo Statuto albertino. Nessuno poteva immaginare quel che sarebbe successo. Però, dopo le guerre d’indipendenza, si sentì il bisogno di chiedere agli abitanti delle regioni “liberate” il loro punto di vista. Se l’Italia dovesse spaccarsi direi che il referendum, quello disciplinato dall’articolo 138, potrebbero proporlo quelli che ci tengono all’unità del Paese, in opposizione alla secessione. In quel caso il voto referendario funzionerebbe come la colla per tenere insieme i pezzi. Ma per ora i referendum sono lontani».

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