Il caso "villa Banchi" capolavoro a rischio

Un gioiello del liberty sta per essere abbattuto per costruire un condominio È il nuovo simbolo di una «battaglia di civiltà»: contro gli stupri culturali

Il caso "villa Banchi" 
capolavoro a rischio

nostro inviato a Morazzone (Varese)

La linea dell’ultima trincea dalla quale lanciare una battaglia di civiltà contro la devastazione culturale del Paese-Italia passa dal comune di Morazzone, borgo industrioso e ordinato di quattromila lombardi doc, a nord del profondo nord, a un passo da Varese e a due dal confine svizzero, dove batte il cuore arcaico e protostorico della Lega: comùn da Murazùm.
È appena varcato il cartello di località, Welcome in lingua anglosassone, Ben rivaa in lingua insubre, primo bivio a sinistra, angolo via Mazzini-via Mameli, che si apre discreta e distinta «Villa Bianchi», gioiello del liberty padano diventata, suo malgrado e a discapito della società immobiliare che la vuole trasformare in una più redditizia palazzina multi-residenziale, la bandiera dell’Italia dell’Arte e della Cultura che si batte contro l’aggressione cementificatrice della speculazione edilizia. Da un parte le ruspe della Cosber srl, l’impresa di costruzioni che ha acquistato la villa dagli eredi della famiglia Bianchi; dall’altra le ire della Sgarbi Incorporated, il manipolo di difensori della memoria di questa terra e dei simboli di cui l’operosa ed elegante borghesia lombarda ha costellato nel secolo scorso le sponde e l’entroterra dei suoi laghi, dal Lario al Maggiore fino ai «minori», quello di Varese nel caso specifico.

La storia parte da lontano. Dal 1910-1920 circa, quando i Bianchi, una delle tante famiglie dell’aristocrazia milanese che all’epoca sceglieva i laghi lombardi come luogo di villeggiatura, fecero edificare a Morazzone questa delicata villa in stile liberty: torretta, vetrate artistiche, motivi moresco-veneziani alle finestre, cornici e ferro battuto, balconcini, stucchi e affreschi floreali nelle stanze, nobile scala d’accesso e giardino signorile. Uno dei vanti del paesino che diede i natali a Pier Francesco Mazzucchelli - detto appunto «Morazzone», il più grande pittore del Seicento lombardo dopo il Caravaggio - ma non il solo: qui attorno di ville belle anche più di questa ce ne sono una dozzina, nel varesotto saranno centinaia, a fare corona a tutti i laghi padani diverse migliaia. Una preziosa collana, sfilare dalla quale anche solo una perla, è un furto.
O uno stupro: come a luglio denuncia Vittorio Sgarbi quando - in avanscoperta da queste parti per preparare la grande mostra dedicata al Morazzone prevista a Varese nel 2010 - si accorge della villa che sta per essere abbattuta. Sgarbi sta parlando con il sindaco negli uffici al secondo piano del municipio - brutto come una scuola elementare di Catanzaro degli anni Cinquanta, a suo dire - a cento metri in linea d’aria dalla splendida «Villa Bianchi» assediata da gru e ruspe. Guarda fuori dalla finestra e un incauto assessore, allargando le braccia, ammette: stanno per buttarla giù. Esplode Sgarbi ed esplode il caso.

In quel momento l’edificio, secondo la soprintendenza ai Beni architettonici e paesaggistici della Lombardia, è «meritevole di tutela», ma non sottoposto ad alcun vincolo. Formula ambigua che permette, in sostanza, di abbattere la villa. A meno che, come accade - messo in moto da Sgarbi e dal suo consulente giuridico, l’avvocato Pierpaolo Cassarà - il Comune non si metta di traverso. Fresco di nomina, il sindaco leghista Matteo Bianchi (nessuna parentela con gli ex proprietari della villa) sfruttando tutti i cavilli normativi a disposizione riesce a rallentare i lavori il tempo necessario perché il soprintendente Alberto Artioli - ieri - ordini la temporanea sospensione dei lavori di demolizione, ma non sufficiente a evitare - qualche giorno fa - una prima aggressione delle ruspe. Risultato: la soprintendenza adesso ha trenta giorni di tempo per dichiarare il vincolo ma intanto la torretta è stata scoperchiata, alcune vetrate infrante, una parte della facciata sventrata. Considerazione a margine: se non ci fossero stati uno Sgarbi in grado di mobilitare con la propria forza mediatica la stampa e l’opinione pubblica, e un giovane sindaco attaccato alla storia locale, oggi Morazzone avrebbe una palazzina modernissima, ma al posto di una villa liberty. E l’Italia qualche unità abitativa in più, ma un’opera d’arte in meno.
Morazzone è solo un pezzetto, forse persino trascurabile, là in cima dov’è, quasi in territorio svizzero, dell’Italia. E una villetta degli anni Venti con le vetrate art nouveau e i balconcini in stile, soltanto una tessera infinitesimale dell’enorme mosaico che compone il patrimonio archeologico-artistico più importante, per quantità e qualità, del pianeta. Cioè il nostro. Ma qui, in ballo, non c’è un borgo lombardo o un antico edificio «meritevole di tutela». Qui, è chiaro a tutti - a Sgarbi, al sindaco di Morazzone, al soprintendente della Lombardia, su su fino al ministro dei Beni culturali Sandro Bondi e giù giù fino a ognuno di noi, lombardi, toscani o siciliani che sia - c’è in ballo la dignità e l’intelligenza, ma basterebbe il buon senso, di un Paese che, a corto di tante altre cose, ha nell’arte la propria ricchezza culturale, e nella sua tutela e valorizzazione una straordinaria possibilità di sviluppo economico.

Perdere per disinteresse o incuria un bene architettonico, disperdere un’antica biblioteca, lasciar scappare all’estero una collezione d’arte: anche questi sono reati gravi contro la civiltà. Contro la nostra civiltà. Per difendere la quale è giusto scendere in guerra di fronte alle grandi «stragi» - il terremoto che sfregia il patrimonio culturale dell’Abruzzo, le migliaia di capolavori affastellati per mancanza di spazio nei magazzini dei musei, la piaga dei tombaroli e dei mercanti senza scrupoli - ma è ancor più intelligente scavare le trincee davanti ai piccoli scempi. A partire da Morazzone, a due passi dalla Svizzera, sul confine della civiltà.