Chavez, il caudillo rosso che piace ai radical chic

L'ultimo mito progressista. Vieta le armi giocattolo e "Repubblica" dedica una pagina di lodi alla "svolta pacifista" del dittatore venezuelano. Malato Castro, troppo moderato Lula, i liberal della Penisola non possono fare a meno di un idolo global e terzomondista

Chavez, il caudillo rosso che piace ai radical chic

Non un accenno di ironia, non una seppur velata presa di distanza: la paginata che La Repubblica dedicava all’ultima trovata di Hugo Chavez è un atto di fede nel leader della «rivoluzione bolivariana». Già nel titolo, «Niente giochi di guerra ai bambini - La svolta pacifista di Chavez», si sente scrosciare l’applauso per la coraggiosa, civile e fuor di dubbio epocale deliberazione del Caudillo rosso venezuelano, applausi che diventano fanfare, rullo di tamburi e fiati di tromboni nell’articolo a firma Omero Ciai. Dal quale risulta che Chavez non ce l’ha solo con pistole e fucili giocattolo (ma anche «scudi e lance»), non ce l’ha solo coi soldatini. Ce l’ha purassai con i «giochi di guerra da computer, quelli su cui trascorrono oziosi pomeriggi - annota Ciai - i ragazzini delle favelas di Caracas». Facendoci così sapere che le favelas della Repubblica Bolivariana de Venezuela sono sì favelas, ma ad alto standard tecnologico (e popolate da marmocchi fannulloni). Poco importa. Quel che si vuole sottolineare è che vietando le «forme di divertimento da capitalismo selvaggio», i giochi e giocattoli imperialisti, il Caudillo rosso dà di timone avviando quella «svolta pacifista» che lo mette in pole position nella griglia di partenza dei miti «sinceramente democratici». Ed era tempo, perché la griglia risulta piuttosto sguarnita.
Fidel Castro è più di là che di qua e il fratello Raul non promette niente di buono. Lula, che pure avrebbe quel phisique du rôle che manca a Chavez, batte la fiacca democratica e antimperialista. Zapatero s’è messo di punta a sbarrare la strada - o meglio il mare - ai clandestini (uomini, donne, donne incinte e bambini) che mai s’azzardassero a voler toccare terra spagnola. Ségolène Royal, che pure andava fortissimo nel fixing radicalchicchettone, s’è visto che fine ha fatto. Il Caro Leader Kim Jong-Il seguita a essere impresentabile. Saddam Hussein, parce sepulto. Sulla scena italiana, poi, non ne parliamo. Dopo gli isterici entusiasmi per Prodi (la Fabbrica del Programma! L’Ulivo mondiale! Il cattolico adulto!) e i balli Excelsior per Veltroni (We can! La bella politica! Il partito liquido! Il loft!) e visti i risultati, il «sincero democratico» sta ora in campana. Aspettando che abbia fine la mattanza congressuale del Pd prima di salutare con il dovuto concerto di putipù, triccheballacche e scetavajasse l’ennesimo Homo Novus capace di tradurre in realtà i sogni (che per ore restano incubi).
Perché di quello ha bisogno, ed è un bisogno disperato, esistenziale, il popolo della sinistra: di un idolo che rappresenti e proietti l’insieme delle fisime democratiche. Un capo gregge che con mano sicura conduca l’armento verso il sol dell’avvenir e che pensi per tutti, visto che per sua natura la pecora è di poco pensiero (anche se di molto belato). Idolo domestico, a uso e consumo interno e idolo global, che faccia da mastice al planetario sentire sinceramente democratico. In questa categoria, si diceva, Hugo Chavez è stato posto dalla Repubblica in pole position. Ha tutto per piacere ai salotti e ai tinelli di sinistra: il non appartenere alla deprecabile razza bianca; l’antiamericanismo uterino; le simpatie per l’atomica antisionista di Ahmadinejad; la fraterna hermanidad con quell’hombre vertical di Fidel Castro; il vezzo, così etno-chic, di masticare mezzo chilo di foglie di coca al giorno, tanto per tenersi su; l’aver elaborato l’exit strategy per la democrazia, ch’egli vuole, d’ora in poi, «participativa y protagonica» (bischerate simili mandano in estasi i «sinceri democratici»). Infine l’aver dimostrato d’essere pacifista, con tanto di «svolta», togliendo di mano alle creature gli schioppi col tappo di sughero. Il popolo della sinistra non poteva meritare di meglio.

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