Chirac firma la legge sul lavoro. E la cambia

Chirac firma la legge sul lavoro. E la cambia

Alberto Toscano

da Parigi

«La peggiore soluzione è non fare nulla di fronte alla disoccupazione giovanile», dice il presidente francese Jacques Chirac al termine del suo attesissimo intervento televisivo cominciato alle 20 di ieri insieme ai principali telegiornali. Preso nella morsa tra la promulgazione o no della legge sul Contrat première embauche (Cpe, ossia contratto di prima assunzione), il capo dello Stato si è esibito in un autentico gioco di prestigio: la legge c’è, ma non si vede. Chirac ha detto d’aver firmato e dunque promulgato il testo che istituisce il nuovo tipo di contratto lavorativo per i giovani di età inferiore ai 26 anni. Al tempo stesso ha dato un annuncio a sorpresa: di fatto la legge non entrerà in vigore perché il governo dovrà parzialmente riscriverne i due punti più contestati (la durata di due anni e i licenziamenti senza giusta causa). Chirac ha promesso che il Cpe nuova versione durerà solo un anno (poi le aziende dovranno decidere se assumere o no il giovane lavoratore) e che i licenziamenti dovranno essere esplicitamente motivati. Un passo avanti e uno indietro.
Che succede adesso in concreto? Il consiglio dei ministri varerà appena possibile un testo - da inviare al Parlamento - con le modifiche sollecitate dal capo dello Stato. In seguito, il nuovo disegno di legge tornerà ai due rami del Parlamento, dove le discussioni rischieranno di andare alle calende greche, a meno che il governo decida di mettere la fiducia (cosa comunque difficile nel momento in cui si dice di volere la concertazione). Nel frattempo la legge sul Cpe resterà probabilmente lettera morta: come applicare una legge che si è già deciso di cambiare? È difficilissimo. Anche perché, in questo contesto di confusione, le aziende si guarderanno bene dall’utilizzare il nuovo tipo di «contratto giovani», di cui nessuno conosce le vere caratteristiche.
Un bel pasticcio. «In democrazia - ha detto Chirac - decidono i rappresentanti del popolo», ma sta di fatto che questi ultimi saranno praticamente costretti a cambiare la propria decisione. Chirac è parso soprattutto intenzionato a salvare il suo amico primo ministro Dominique de Villepin, che ha legato il proprio nome al Cpe e che inevitabilmente avrebbe dovuto dimettersi nel caso di ritiro ufficiale e dichiarato di questa misura.
Le reazioni sindacali e studentesche sono estremamente negative. Nessuno accetta la proposta di dialogo lanciata dal presidente Chirac nel suo intervento televisivo. «Confermiamo la grande giornata di lotta per il ritiro del Cpe in calendario per il 4 aprile», dichiarano all’unisono i leaders delle principali confederazioni sindacali e delle organizzazioni studentesche finora impegnatesi contro i «contratti giovani». Ormai per i sindacati il Cpe non è che il pretesto per la battaglia campale contro il governo. «Noi non capiamo perché Chirac ha promulgato una legge che lui stesso ha deciso di modificare», dice una esponente di punta della rivolta studentesca. A proposito del discorso presidenziale, fioccano tra gli oppositori aggettivi poco lusinghieri: confuso, grottesco, inaccettabile.
Le reazioni politiche al discorso di Chirac rispettano le appartenenze di partito. Il segretario socialista François Hollande ha dichiarato: «La Francia aveva bisogno di chiarezza e Chirac le ha dato invece tanta confusione». Critici anche i liberali dell’Union pour la Démocratie française. All’interno stesso dell’Union pour un Mouvement populaire (Ump, il partito che ha la maggioranza assoluta), i fedelissimi di Nicolas Sarkozy sembrano perplessi di fronte al discorso di Chirac, ma il ministro degli Interni sgombra il campo dagli equivoci e definisce «saggia» la decisione del presidente francese.
In tutta la Francia sono intanto continuati gli incidenti e le manifestazioni, in attesa della prova di forza del 4 aprile. Una sessantina di università (su 84) sono in crisi, così come 600 scuole medie superiori (su oltre 4mila). Gruppi di studenti hanno bloccato per tutto il giorno strade e ferrovie in varie parti del Paese. Lo scontro continua. Anzi, rischia di inasprirsi. In palio c’è ben più del Cpe: c’è gran parte della politica economica del governo. C’è anche la possibilità o no che il primo ministro Dominique de Villepin resti al proprio posto. C’è il destino politico di un Jacques Chirac apparso ieri in difficoltà di fronte all’ampiezza delle proteste suscitate dall’ormai famosa (e forse effimera) legge sul Cpe.

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