Chissà che cosa dice il compagno F davanti allo specchio

Carissimo dottor Granzotto, apprendo dal telegiornale delle 20 che il «compagno» Fini ha da recriminare in merito all'articolo di fondo di lunedì a firma del direttore Feltri, che approvo e condivido in pieno. Ho l'impressione che tanta gente, come il sottoscritto, tesserato An dalla fondazione al 2007, non riesca a comprendere cosa vorrà fare da grande il nostro eroe. Ricordo i commenti sbalorditi della base del partito circa la sua frase infelice sui maestri elementari gay e sulla memorabile presa di posizione di dare il voto agli immigrati dopo cinque anni di permanenza in Italia, per arrivare agli attacchi personali contro il direttore del mio «Giornale» perché è stata detta la verità sul caso Boffo. Un consiglio al mio ex idolo: parli e dica qualcosa di destra. E, soprattutto, lasci perdere l’alleanza con Casini: sai le risate! Lei, caro dottor Granzotto, è d’accordo?


Soprattutto sulle risate, caro Albani. Non è ancora chiaro cos’abbia in testa Gianfranco Fini, chi dice il Quirinale, chi la successione a Silvio Berlusconi e chi la costituzione del solito trito e ritrito «grande centro» (del quale mettersi a capo, ovvio). Tutte aspirazioni legittime anche se a mio avviso non commisurate alla statura politica, piuttosto nanerottola, dell’interessato. Commisurata al suo modo di intendere la politica è, caso mai, la terza ipotesi, commisuratissima anche a quello che risulta essere il suo compagno d’avventura, Pierferdy Casini. Il centro, grande e piccolo che sia, è terreno ideale per i trasformismi, per i papocchi e gli inguacchi, per innescare ribaltoni o lanciare ciambelle di salvataggio e, infine, per quei cedimenti ideologici e culturali nei quali i nostri Dioscuri paiono sorprendentemente dotati. Ma non di questo dobbiamo parlare, caro Albani: Vittorio Feltri ha già detto sull’argomento ciò che c’era da dire e che io sottoscrivo parola per parola, giudizio per giudizio. Parliamo invece di un curioso fenomeno: lo sconquasso mentale che ultimamente coglie chi accede allo scranno di presidente della Camera. È il caso di Fini e, prima di lui, di Casini. La prima insorgenza attiene all'elezione. Appena intronato il neo presidente si convince infatti d’esser lì perché mandatoci da una volontà trascendente, da un afflato universale. Non per un normale calcolo di opportunità partitica, non per un consuetudinario do ut des, non per deliberazione o se vogliamo per ùzzolo di chi essendo a capo della parte vincente ha facoltà di nomina. Ma perché uno spirito santo laico lo ha prescelto fra mille e mille per portare al mondo, via Montecitorio, pace e giustizia, saggezza e verità.
Da qui la seconda delle manifestazioni: l’alterazione della personalità. Non si tratta solo del portamento, che si fa cerimonioso, solenne nel gesto, nel modo di procedere (a passo di corteo funebre), nella forma manierata di porsi, ingessata e distaccata, da consumato maitre del Biffi Scala. Gli è che il neoeletto prende a parlare come un oracolo, dando chiaramente a intendere che dalle sua labbra gocciano perle di saggezza, giudizi dogmatici, sentenze morali inappellabili. E questo solo perché s’è cambiata scrivania, passando da quella di Via della Scrofa a quella di Palazzo Montecitorio. Le confesso, caro Albani, che sono affascinato dal cataclisma antropologico che ha investito Gianfranco Fini. E seguito a chiedermi se la mattina, in mutande davanti allo specchio per farsi la barba, si riconosce nell’immagine riflessa o se le sibila: «Via di qua, porco fascista».
Paolo Granzotto

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