Pubblichiamo uno stralcio dell'articolo La lunga marcia dei diritti umani (Il Tempo, 7 dicembre 1988). Tutti gli articoli per questa testata sono firmati A. Colombo-Giberti in omaggio al nome di battaglia di suo padre Augusto Colombo, comandante partigiano (e pittore).
Gli armeni in fuga dall'Azerbaijan; i massacri quotidiani nello Sri Lanka per opera dei terroristi singalesi; lo sterminio degli indios del Rio delle Amazzoni; le crudeltà (irriferibili) sui minori; e qui da noi la sequela (quasi quotidiana!) dei crimini firmati dalla mafia, dalla camorra, dalla ndrangheta. Ecco alcuni fra i mille, terribili esempi di quanto rimanga difficile, inquietante, quasi impossibile, la lunga marcia verso la garanzia dei diritti umani, a parole sempre promessi a tutti ma nella pratica violati un po' dovunque, con sottile ipocrisia o con arroganza, non meno riprovevole.
Gli spettri della guerra, della barbarie, della violenza sono lì, a testimoniare quanto sia ancora tremendamente ardua e accidentata la strada da percorrere, malgrado che la Dichiarazione del '48 sia stata integrata, quasi arricchita, da altri successivi documenti, non meno importanti, come la Dichiarazione sui diritti della donna (del 1953) e quella sui diritti del fanciullo (del '59), così da rappresentare oggi una specie di decalogo per cinque miliardi di persone.
Ci sono, anzitutto, i diritti civili (la vita, la persona): basti pensare alle raccapriccianti denunce di Amnesty International che riguardano certi Paesi dell'America Latina (ma non solo quelli!). Ci sono, poi, i diritti politici, che servono a ottenere concrete libertà nello Stato; in primis, facendo piazza pulita dei sistemi autoritari e totalitari, da sostituire con gli istituti democratici. Ci sono, infine, i diritti sociali (a cominciare dal diritto al lavoro), che permettono di conquistare ulteriori spazi di libertà.
Eppure... se abbiamo sotto gli occhi nel mondo così tanti episodi atroci, in termini di violenza politica, di discriminazione razziale, di offesa alla dignità umana, non per questo dobbiamo gettare la spugna, abbandonare l'impegno, darci per vinti.
Nonostante il volto odioso del potere prevaricatore in tanta parte del mondo, chi continua a credere che esiste un primato della persona da perseguire senza tregua né paura può dare a questa Dichiarazione universale dei diritti umani un valore prioritario.
E meglio ancora se qualcuno si decidesse a proporre, in modo altrettanto solenne, anche un'ulteriore dichiarazione universale sui doveri degli Stati! Forse, l'obiettivo dell'uguaglianza, della giustizia e della pace sarebbe un po' meno lontano per tanti utenti dei servizi pubblici malserviti, per tanti contribuenti onesti tartassati dal fisco, per tanti pazienti umiliati dalla sanità nazionale che non funziona.