«La corsa è corsa, pietà l’è morta». Questo è un antico motto ciclistico, che vale per chi corre. Non si guarda in faccia all’avversario, si tira dritto. Poche smancerie, c’è da vincere, chi non la pensa così può anche restarsene a casa. Questo fa parte di una leale competizione agonistica, non solo ciclistica.
Poi c’è la vita, il fuori corsa, la lealtà sportiva, il riconoscimento dell’avversario: e ci sono i controlli antidoping. Ci sono i controllori e i controllati: in mezzo ci dovrebbe essere il buon senso.
Usiamo il condizionale perché, per l’ennesima volta, il ciclismo raccoglie una storia straziante e mortificante al tempo stesso. Un vero e proprio insulto all’intelligenza umana. A raccontare la sua esperienza è una ragazza austriaca, con un passato nel canottaggio (doppio pesi leggeri), disciplina in cui ha partecipato alle Olimpiadi di Tokyo 2020. Lei è Valentina Cavallar, ciclista professionista su strada, portacolori del Team SD Worx-Protime, che sui suoi social ha raccontato una storia pazzesca e il perché ha anticipato la fine della sua stagione. «Perdere mia madre a settembre ha cambiato per sempre il modo in cui vedo la vita ha scritto Valentina , ma sottopormi a un controllo antidoping a casa, nella stanza accanto a quella in cui lei giaceva, è stato ancora più doloroso».
Non è la prima volta che accade una cosa simile. Nel 2008 il protagonista fu un figlio d’arte: Kevin Van Impe, figlio di Lucien, vincitore del Tour de France del 1976. Kevin aveva appena perso il figlio Jayden, nato prematuro e purtroppo deceduto sei ore dopo la nascita. Qualche giorno dopo, mentre il ciclista si trovava al centro crematorio di Lochristi, in Belgio, per sbrigare le pratiche del funerale, si presentò un ispettore antidoping inviato dalla Comunità Fiamminga per un test a sorpresa fuori competizione, esattamente come per la nostra Valentina. Nonostante la drammatica situazione, l’ispettore non volle sentire ragioni e rifiutò l’offerta di ripassare più tardi. Posto di fronte alla minaccia di una squalifica immediata di due anni in caso di rifiuto, Van Impe dovette accettare il controllo in quel momento e in quel luogo di dolore. Esattamente come per Valentina. E ancora una volta, pietà l’è morta.
