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Cinquant'anni dagli Oscar a "Qualcuno volò sul nido del cuculo": e se non avessimo mai capito davvero il titolo?

Il nido del cuculo non può essere altro che il manicomio stesso, un luogo che non dovrebbe esistere, una metafora rovesciata: i malati sono i normali, non è il folle l’anomalia, è il sistema che si presenta falsamente come lucidità

Cinquant'anni dagli Oscar a "Qualcuno volò sul nido del cuculo": e se non avessimo mai capito davvero il titolo?

L’avete mai visto il nido di un cuculo? No? Domanda trabocchetto, e però facciamo un passo indietro verso l’anniversario di un film celebratissimo. Cinquant’anni fa, il 29 marzo del 1976, per la quarantottesima edizione del premio Oscar, vinse (quando un Oscar lo si dava ancora per il valore) uno dei film più belli della storia del cinema, e uno dei miei preferiti: Qualcuno volò sul nido del cuculo. Hollywood quel giorno premiò un film non pettinato, irregolare, un’opera ambientata in un reparto psichiatrico che diventa un micromondo del sistema sociale organizzato, con il protagonista, McMurphy, interpretato dal sempre unico e magistrale Jack Nicholson, che rappresenta l’antieroe, colui che entra nell’ordine finto e crea il caos per liberare tutti coloro che si sono assoggettati all’ordine, l’anticonformismo contro il conformismo imposto, la follia come normalità, la normalità come gabbia, prigione da cui evadere e da cui far evadere anche gli altri.

Gli Oscar furono ben cinque: miglior film (a Michael Douglas e Saul Zaentz), miglior regia (a Miloš Forman), miglior attore (l’immenso Jack Nicholson), miglior attrice (Louise Fletcher) e miglior sceneggiatura non originale (Lawrence Hauben e Bo Goldman). Lo si può leggere in chiave psicologica o in chiave politica, libertaria, anarchica, ma in nessuna delle letture che ho esaminato ci si è soffermati a ragionare bene sul titolo, neppure Ken Kesey, l’autore del romanzo da cui il film fu tratto, a quanto risulta. Banalmente il titolo viene da una filastrocca popolare infantile citata nel romanzo da Chief Bromden: “One flew east, one flew west, one flew over the cuckoo’s nest.” Ma perché quella filastrocca? Interpretazione ovvia, data da tutti: “cuckoo” = crazy, quindi il “cuckoo’s nest” diventa il reparto psichiatrico, il nido dei matti, e “one flew over” indica qualcuno che attraversa o supera quel luogo di follia. È la lettura più scolastica e più diffusa nei materiali di studio. E pensare che io non ci avevo mai pensato, perché la cosa più interessante l’ho sempre trovata proprio il nido del cuculo, possibile che nessuno ci abbia mai pensato? Soprattutto l’autore, considerando che io, da scrittore, non ho mai invidiato nessuno (l’invidia appartiene agli incapaci), ma quel titolo sì, a partire da un dettaglio che sembra sfuggito alle analisi, e qui devo spostarmi un attimo sull’etologia: il nido del cuculo non esiste. Il cuculo comune pratica parassitismo di cova. Non costruisce un proprio nido stabile per allevare i piccoli, piuttosto depone l’uovo nel nido di un’altra specie, lasciando ai “genitori adottivi” tutto il lavoro di incubazione e allevamento. Inoltre, durante la deposizione, la cara mamma femmina di cuculo spesso becca o rimuove una o due uova del nido ospite. L’uovo di cuculo si schiude prima delle uova del nido altrui dove è stato deposto, e la prima cosa che fa qual è? Buttare giù tutte le altre uova, la vera mamma torna e trova solo lui, non si chiede dove sono finite le altre e alleva l’uccello di un’altra specie che viene bene, un figlio bello grosso, a un certo punto molto più grosso della stessa madre che se fosse umana penserebbe “oh, ne ho fatto uno ma guarda come è venuto su bene”.

Born Knowing si intitola il saggio pubblicato da Giorgio Vallortigara per l’MIT (in Italia per Adelphi) che si concentra sui pulcini, in quanto “nascono imparati” e sono studiati appena escono dall’uovo proprio perché non possono aver appreso niente prima, e i pulcini di Vallortigara hanno già cognizioni di fisica e sanno contare, per esempio, a dimostrazione di quanto i cervelli siano già programmati su alcune cognizioni già alla nascita. Il piccolo cuculo è un natural born killer. Che la filastrocca abbia preso un uccello a caso ci sta, che uno scrittore ne faccia un titolo senza accorgersi fino in fondo di cosa contiene, non essendo lo scrittore io, ci sta anche lì, che nessuno ci abbia mai ragionato meno. Il cuculo, però, non può essere di certo Jack Nicholson, o meglio Randle Patrick McMurphy, visto che è un ribelle ma i pazzi li libera mentre il cuculo si libera dei normali figli di un’altra specie.

Il nido del cuculo non può essere altro che il manicomio stesso, un luogo che non dovrebbe esistere, una metafora rovesciata: i malati sono i normali, non è il folle l’anomalia, è il sistema che si presenta falsamente come lucidità, perché McMurphy lì dentro rappresenta proprio una lucidità reale e estrema, che sconfina in una follia sensata, al contrario di quella dei sorveglianti di un ordine che uccide l’anomalia (o la resetta con un elettroshock).

Umberto Eco è stato molto ferreo nello spiegare la distanza tra interpretazione e sovrainterpretazione (per cui ho tenuto molto presente il campo semiotico dentro cui potevo scavare), se non lo avete letto ve lo segnalo, mentre se non avete mai visto il film, beh, siete davvero pazzi, e no, non nel senso buono, quello di McMurphy.

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