Il momento migliore di Digger dura dieci minuti ed è girato senza un solo stacco. Tom Cruise, sepolto sotto le protesi e una pancia finta, sale sul podio di un Parlamento europeo che lo scenografo ha modellato sull’emiciclo del Senato romano, e si prende la colpa di tutto. Il suo Digger Rockwell, petroliere texano con stivali e riporto, ha appena staccato dalla Groenlandia una lastra di ghiaccio grande come uno Stato americano (l’hanno battezzata Judy, con la tenerezza che di solito si riserva agli uragani), e Judy ha sommerso le coste del Nord Europa.
Dai banchi i deputati danesi e tedeschi gli gridano «genocidio». Lui non nega nulla, anzi rilancia. Per un secolo avete bruciato il mio greggio, dice in sostanza, ci avete fatto girare le fabbriche e le vacanze, e adesso pretendete di scandalizzarvi. «Voi chiedete, io fornisco». Già che c’è, Rockwell liquida le rinnovabili come un pozzo senza fondo e umilia in mondovisione la Verdant, l’azienda verde della sorellastra (Sandra Hüller); a un certo punto strappa l’iPhone a uno spettatore e si filma da solo, e il film passa per qualche istante in formato verticale. Prima di entrare in aula aveva rassicurato i suoi: gli europei non si metteranno mai davvero contro l’America, perché sono uomini che fanno la pipì da seduti.
Il petroliere è volgare e la sua arroganza è insopportabile, ma è l’unico personaggio del film a dire una cosa vera, e la dice al bersaglio giusto. Un continente che si è dato i traguardi climatici più severi del pianeta continuando a comprare dagli altri l’energia che non vuole produrre in casa offre il fianco a qualunque predicatore texano, e quello di Cruise ci affonda dentro le mani.
Non è un caso che proprio qui la critica americana si sia spaccata come la banchisa. L’Hollywood Reporter, che pure stronca il film come un Dottor Stranamore mancato, la considera la scena migliore. Altri l’hanno definita ambigua, ed è la parola esatta. Lo rivendica lo stesso Iñárritu, che dice di non aver voluto puntare il dito né ridurre il film a una faccenda di destra o di sinistra, e indica proprio il monologo di Cruise come la sua chiave: «siamo tutti parte di questa follia».
La contraddizione, però, non sta solo dentro il film. Sta nell’operazione che lo ha prodotto. Digger è una parabola contro l’avidità del capitale costata 125 milioni di dollari dichiarati, che secondo le ricostruzioni di Variety sono saliti fino a 160 o 180 dopo lo sforamento dei tempi di lavorazione, più un centinaio di milioni di promozione. Warner Bros. lo aveva messo in calendario quasi alla stessa data in cui un anno fa era uscito Una battaglia dopo l’altra, altro film politico d’autore lanciato a vele spiegate verso i premi: la formula era quella, e il bersaglio pure. Cruise, che un Oscar competitivo non l’ha mai vinto, aveva trovato nel regista di Birdman e Revenant il cavallo giusto.
Venezia lo sa bene. Il Lido è stato a lungo la casa di Iñárritu, da 21 grammi a Birdman fino a Bardo, e Alberto Barbera aveva puntato su Digger come sull’unico grande film di studio che la Mostra potesse realisticamente ottenere. Non è arrivato. Non per ritardi di lavorazione, come si era pensato, ma per una scelta precisa: Warner ha deciso di saltare tutti i festival e uscire a inizio ottobre, perché a detta dello stesso Barbera serviva tempo per costruire la campagna per gli Oscar e Venezia cadeva troppo presto. Il direttore l’ha chiamata, con garbo sabaudo, «una strategia di marketing non proprio accorta». Il film che mette alla berlina il calcolo del profitto è stato sottratto al più antico festival del mondo per un calcolo di calendario.
Nel primo fine settimana americano Digger ha incassato 8 milioni di dollari, contro i 30 sperati alla vigilia: è il debutto più basso di Cruise dai tempi di Leoni per agnelli, nel 2007.
