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Cinema

Disegno e passione: così Miyazaki ha spiccato il volo

In “Punto di partenza” il maestro giapponese del cinema di animazione racconta gli anni tra il ’79 e il ‘96, in cui elaborò la sua poetica

L'aereo di Pearl Harbor ultimo capolavoro del maestro Miyazaki

Non un’autobiografia nel senso tradizionale, e nemmeno una semplice raccolta di materiali d’archivio. Punto di partenza 1979-1996, pubblicato per la prima volta in Giappone nel 1996, è un autoritratto del regista Hayao Miyazaki costruito attraverso articoli, interviste, appunti. Il volume arriva ora in Italia per La Nave di Teseo, nella traduzione di Rosamaria Pavan, e permette di seguire da vicino la formazione artistica e professionale del sensei. Le 672 pagine sono organizzate in sezioni tematiche dedicate all’arte dell’animazione, alle fonti d’ispirazione di Miyazaki e alle persone incontrate nel corso della carriera. Non mancano materiali inattesi: brevi racconti a fumetti, testi dedicati al volo, annotazioni per progetti realizzati o rimasti sulla carta. Chiude il volume un saggio di Isao Takahata, regista e cofondatore dello Studio Ghibli. Un secondo libro, dedicato agli anni 1997-2008, dovrebbe completare il percorso editoriale.

Il periodo raccontato è quello in cui Miyazaki passa dai primi lavori televisivi e cinematografici da Conan il ragazzo del futuro a Lupin III alla progressiva definizione di una poetica personale. Il volume conduce fino alla post-produzione di Principessa Mononoke nel 1996, e permette di osservare la nascita di alcune idee diventate centrali nel suo cinema: il rapporto con la natura, l’importanza del lavoro collettivo, la diffidenza verso le formule industriali e l’attenzione per il gesto concreto del disegnare.

La prima parte raccoglie riflessioni di carattere generale e ricordi personali. Miyazaki discute le differenze fra storyboard e sceneggiatura, manga e anime, animazione disneyana e animazione giapponese. Racconta inoltre il rapporto conflittuale con Osamu Tezuka, considerato il «dio dei manga», e inserisce pagine e fumetti che testimoniano la sua passione per l’aviazione.

Nella seconda metà il discorso diventa più strettamente professionale. Attraverso le esperienze di lavoro emerge una concezione dell’animazione legata all’osservazione, all’apprendistato e alla lentezza. Il cinema, per Miyazaki, non nasce soltanto da un’idea o da una tecnologia, ma da una pratica quotidiana fatta di tentativi, correzioni e decisioni condivise. «Quando penso a mio figlio, o ai miei nipoti, mi chiedo cosa potremo davvero lasciargli. E mi accorgo che, in realtà, abbiamo ben poco da offrire. L’unica domanda che resta è: cosa posso fare io, nel mio piccolo? E provare a farlo». In questa frase si concentra una delle tensioni morali del libro: l’artista non può risolvere i problemi del mondo, ma può assumersi la responsabilità di ciò che realizza.

Il rapporto con la tecnologia è forse il tema che rende più attuale la lettura. Miyazaki ha sempre mostrato una straordinaria immaginazione per i macchinari: le ciminiere fumanti e il bizzarro ammasso di ingranaggi del castello errante di Howl, l’estetica retrofuturista dei congegni volanti di Laputa. Il castello nel cielo, i minuziosi dettagli degli aerei di Porco Rosso. Suo padre era ingegnere aeronautico e il volo attraversa molte delle sue opere, come desiderio di libertà e insieme possibile causa di distruzione.

Questa passione non coincide però con un’accettazione incondizionata del progresso tecnico. Attenzione: Miyazaki non è un tecnofobo, anzi riconosce il valore di molte innovazioni tecniche nell’animazione, purché restino al servizio della narrazione. Lui stesso impiega strumenti tecnici avanzati quando servono a migliorare il film. Preferisce però il disegno a mano e un approccio più artigianale sulla base di una scelta estetica ed etica ben precisa: mantenere centrale il gesto umano e la responsabilità dell’autore. La sua critica riguarda la tecnologia subordinata esclusivamente all’efficienza, alla riduzione dei costi e alla standardizzazione del lavoro creativo. Il problema, in altre parole, non è la macchina in sé, ma ciò che accade quando sostituisce l’esperienza. Nel 2016, commentando alcune immagini generate dall’intelligenza artificiale, Miyazaki definì quella tecnologia «un insulto alla vita stessa». La dichiarazione è successiva al periodo affrontato dal volume, ma aiuta a comprendere una posizione già riconoscibile nei suoi testi: l’animazione deve conservare un rapporto con il corpo, con l’osservazione e con l’imperfezione. Anche la fondazione dello Studio Ghibli, nel 1985, va letta in questa prospettiva. Il nome richiama il vento caldo del deserto e il soprannome del Caproni Ca.309, un aereo della Regia Aeronautica utilizzato in Nordafrica. Miyazaki e Takahata intendevano dare vita a uno studio capace di sottrarsi alla stagnazione dell’industria, privilegiando l’animazione disegnata a mano e i lungometraggi originali e di alta qualità, mettendo la storia e l’emozione al centro, invece di seguire formule commerciali prestabilite.

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