La polizia dell’inclusività dovrà fermarsi ai confini della Contea. Andy Serkis, storico interprete di Gollum e regista del nuovo capitolo cinematografico del Signore degli Anelli, ha infatti escluso che “The Hunt for Gollum” (in uscita nel dicembre 2027) venga trasformato nell’ennesimo delirio woke, nel consueto catalogo di quote, caselle e identità inserite con il righello.
Intervistato dalla Bbc, Serkis ha difeso la scelta di un cast prevalentemente bianco, ricordando un dettaglio che nell’industria cinematografica contemporanea rischia ormai di apparire rivoluzionario: il mondo creato da J.R.R. Tolkien possiede una propria ambientazione, una propria mitologia e una precisa coerenza interna. Non è un contenitore vuoto da riempire con le ossessioni politiche del momento. “La Contea sembra davvero, davvero molto… molto bianca, sapete…”, ha spiegato il regista, ricordando la natura degli hobbit: “Non sono molto interessati a ciò che accade oltre i confini della Contea, ma sanno bene di non volere estranei che entrino”.
Il punto, naturalmente, non è stabilire che nei film possano recitare soltanto attori bianchi. Serkis stesso ha sostenuto in passato l’importanza della diversità a Hollywood. Il principio rivendicato dal regista è persino più elementare: gli interpreti devono essere scelti quando risultano adatti alla storia e ai personaggi, non per compiacere l’ossessione iper-progressista. “Questo film in particolare ne tiene in qualche modo conto. Ma non pensiamo di realizzare una versione politicamente corretta, con casting fatto tanto per fare e per spuntare caselle. Solo dove sarà pertinente, in sostanza”, ha chiarito Serkis.
Una presa di posizione che nell’epoca dei remake corretti, delle fiabe rieducate e dei classici sottoposti al trattamento sanitario obbligatorio del woke, suona quasi sovversiva. Perché l’industria culturale sembra aver smarrito la distinzione tra inclusione e manipolazione. La prima può arricchire una storia, la seconda pretende che ogni storia, indipendentemente dall’epoca, dall’ambientazione e dall’autore, debba rispettare il medesimo disciplinare politico.
Il Signore degli Anelli è da anni nel mirino dei soliti noti che accusano la saga di essere “troppo bianca”. Persino la trilogia diretta da Peter Jackson è stata riletta attraverso le categorie razziali contemporanee. Alcuni critici hanno contestato la contrapposizione tra eroi prevalentemente bianchi e nemici caratterizzati con tonalità più scure, come se Tolkien avesse scritto i suoi romanzi pensando ai dipartimenti DEI del XXI secolo.
Amazon aveva già cercato di adeguare la Terra di Mezzo al nuovo corso con la serie spin-off Gli Anelli del Potere, introducendo elfi e nani interpretati da attori neri. Una scelta difesa in nome dell’inclusione, ma criticata da una parte del pubblico come un’operazione artificiale e troppo condizionata dall’ideologia woke. Nel 2022 intervenne persino Elon Musk, scrivendo sui social: “Tolkien si sta rivoltando nella tomba”.
Ora Serkis sembra voler riportare la questione sul terreno più semplice: la fedeltà narrativa.
Nessun divieto, nessuna discriminazione, nessuna crociata contro la diversità. Soltanto il rifiuto di considerare il casting una tabella Excel nella quale ogni produzione deve inserire obbligatoriamente la quantità prevista di gruppi etnici, orientamenti e identità.
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