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Cinema

Il film contro Musk sbaglia mira e lo trasforma in eroe

Gibney gira quattro ore di accuse a tutto campo ma non riesce a smontare l’imprenditore. Una operazione politica. E dire che Elon è un collezionista di contraddizioni

Zoë Schiffer, from left, director Alex Gibney and Ashley St. Clair pose for photographers at the photo call for the documentary film 'Musk' during the 83rd edition of the Venice Film Festival in Venice, Italy, on Tuesday, Sept. 8, 2026. (Photo by Scott A Garfitt/Invision/AP) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

Inviato a Venezia

Il regista Alex Gibney non ha aspettato la fine delle riprese per ingaggiare un duello con Elon Musk a colpi di tweet su X. L’imprenditore ha bollato il documentario Musk, presentato fuori concorso a Venezia, come pregiudizievole ancora prima di vederlo.

Il film che ne è uscito è un atto d’accusa di quattro ore. Musk vi appare come l’incarnazione del male: imprenditore fallimentare travestito da visionario, truffatore e manipolatore che non conosce scrupoli quando c’è profitto da spremere. Tesla sarebbe fumo negli occhi, l’Autopilot un software che uccide silenziosamente, la rete satellitare Starlink l’anticamera di una dominazione tecnodittatoriale su scala planetaria, X un impero già collassato sotto il peso del suo stesso proprietario. E poi c’è l’Elon in campagna elettorale con Trump. Musk sarebbe entrato in politica, secondo la tesi del film, per proteggersi dai processi, e diventato, a capo del DOGE, Dipartimento di efficacia governativa, il demolitore metodico di quel poco che restava dello stato sociale americano. I dati raccolti con Tesla, satelliti e X consentiranno di truccare le elezioni di midterm a novembre. Prove nessuna, però. E i processi? Chiusi in un cassetto. Infine ci sono le fragilità private, sbandierate come prove d’accusa: uno sconvolgimento chimico da farmaci, una dipendenza patologica dalla propria piattaforma social, un’ossessione procreativa affidata alla fecondazione assistita come fosse una linea di produzione utile a diffondere il dna di Musk.

Il problema è che Gibney, nel tentativo di seppellire Musk, finisce per fargli un favore. In mezzo a questo bombardamento resta intatta, anzi si staglia più nitida, l’unica cosa che a un pubblico frastornato dall’assenza di prospettive interessa davvero: Musk ha un’idea di dove andare. Vuole portare un’umanità tecnologicamente potenziata nello spazio, su Marte, e pone l’alternativa nei termini più brutali possibili: o le stelle o l’estinzione. È una visione totalizzante, probabilmente delirante, sicuramente insostenibile in molti dei suoi dettagli. Ma è una direzione e un sogno da cui sono nati frutti concreti, come i razzi riutilizzabili e capaci di atterrare in verticale.

Gibney voleva scolpire un mostro. Ha finito per scolpire, senza volerlo, l’unico personaggio del film che sembra credere in qualcosa oltre la propria sopravvivenza politica.

Non è un’assoluzione. È, semmai, la prova che la retorica dell’anatema totale ha un costo: quando si accusa, contemporaneamente, di tutto, lo spettatore smette di distinguere le accuse fondate da quelle gonfiate per accumulo, e resta con l’unica immagine che il film, suo malgrado, ha lasciato intatta. Musk che assiste in estasi al primo lancio riuscito di SpaceX.

Per il resto, molte delle «incomprensibili» mosse di Musk sono perfettamente comprensibili se si riconduce l’imprenditore al libertarismo: libertà di parola, libero mercato, limitazione del potere statale, rifiuto del sindacalismo, libertà nel campo dei diritti civili ma accompagnato da un negazione netta del woke.

Ecco, questo si poteva rimproverare a Musk: una certa ambiguità nel seguire i suoi principi, a partire dalla stretta collaborazione con le istituzioni degli Stati Uniti e di altri Paesi, per spillare sconti fiscali se non finanziamenti diretti. Se rifiuti il woke, perché la natura è la cultura non sono la stessa cosa, poi devi spiegare perché vuoi mandare su Marte uomini potenziati dalla tecnologia. E se ti professi libertario non vai a braccetto con l’Afd. Insomma, di temi da dibattere ce n’erano ma al film interessa solo demonizzare Musk. Ieri, in conferenza stampa sono partiti altri due siluri contro Musk. Alex Gibney: «La cosa che mi ha colpito di più? Il tremendo timore di parlare, sia tra le persone che lo criticano, sia tra colleghi e amici. In molti hanno rifiutato di parlare». Ho parlato con tantissime persone, ma moltissime hanno rifiutato di parlare». Ashley St. Clair, madre di uno dei figli di Musk, ha rivelato di aver «rifiutato un accordo da 40 milioni di dollari da parte dell’imprenditore per poter essere intervistata nel documentario».

Musk è l’uomo del momento anche per aver dato il suo appoggio entusiasta all’Afd, partito considerato di estrema destra che ha appena stravinto le elezioni in Sassonia. Gibney: «Ci sono molti governi di destra che tendono a essere più manipolabili, che non hanno un senso di condotta retta. Quindi lui sta perseguendo una politica di destra sia per ragioni ideologiche che economiche». Invece i governi di sinistra, come è noto, sono belli, bravi e buoni. Peccato, abbiamo un’operazione politica al posto di un documentario interessante.

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