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Cinema

“L’alpinismo è l’arte della sofferenza”

“Il film su due uomini che resero possibile l’impossibile”. L’attore Tom Hiddleston parla di “Tenzing” sulla conquista dell’Everest

"La guerra è un affare come sapeva Le Carré"

da Los Angeles

Il 29 maggio 1953, alle 11.30, il neozelandese Edmund Hillary e il nepalese Tenzing Norgay raggiunsero la cima dell’Everest, a 8.848 metri. Fu la prima salita confermata della montagna più alta del mondo. Un successo della spedizione britannica guidata dal colonnello John Hunt oggi raccontato in Tenzing, in arrivo il 16 ottobre su Apple TV, diretto da Jennifer Peedom con Genden Phuntsok nel ruolo di Tenzing, Willem Dafoe in quello di Hunt e Tom Hiddleston in quello di Edmund Hillary. La regista ha voluto la montagna vera nel suo film e così ha girato in Himalaya e, per le quote che sul set non si potevano raggiungere, nelle Alpi neozelandesi.

Mister Hiddleston, com’è cominciata la sua preparazione per un film tecnicamente così complesso?

«Sono arrivato in Nepal e dopo quindici ore ero già su un elicottero con il dottor Nema Sherpa, specialista d’alta quota. Siamo atterrati a Lukla, una striscia di cemento tagliata nella montagna, sotto il cartello Aeroporto Tenzing Hillary, intitolato proprio agli eroi che celebriamo con questo film. C’è anche una statua enorme dei due, mi è sembrato di buon auspicio. Ad aspettarmi c’erano lo sherpa Phurba Tashi, che è salito sull’Everest 21 volte, e Genden Phuntsok, il collega che interpreta Tenzing. Ci siamo abbracciati, abbiamo bevuto un tè e parlato del privilegio e della responsabilità di rappresentare due uomini che hanno reso possibile l’impossibile».

Poi è iniziato il cammino verso il primo campo base.

«Sei o sette giorni, sei o sette ore al giorno di cammino al giorno, tra 500 e 1.000 metri di dislivello, senza fretta, con i muli, parlando di montagna, di questo film, della forza di quei due uomini. Dopo quattro o cinque giorni tra pini e colline, sullo skyline compare quella che sembra una presenza divina: montagne di oltre 8.000 metri».

È vero che davanti a quelle maestose montagne avete cantato?

«A Namche, in un caffè che si chiama Yak Buck, dalle casse è partita la canzone di Marvin Gaye e Tammi Terrell Ain’t No Mountain High Enough. Genden non la conosceva, così ho deciso di insegnargliela. L’inizio di una bella amicizia».

Dopo aver girato in Nepal, per le scene in vetta vi siete trasferiti in Nuova Zelanda, dove nacque lo stesso Edmund Hillary.

«Interpretare Hillary in Nuova Zelanda è un onore e una responsabilità. È una leggenda laggiù. La sua faccia è sulla banconota da 5 dollari».

Quindi non poteva sfigurare.

«Il primo giorno un team formato da esperti, tutta gente che è stata più volte sull’Everest, ci ha portato sul fondo di un crepaccio e ci ha detto di risalire una parete di ghiaccio, scavando gli scalini con la piccozza. Siamo arrivati in cima senza fiato, e uno di loro mi ha detto: Tom, l’alpinismo d’alta quota è l’arte della sofferenza. Benvenuto».

E il freddo? Anche quello faceva soffrire?

«Ho imparato i limiti del mio corpo e come esso riesce a reagire a situazioni estreme. Non abbiamo mai oltrepassato la zona della morte, ovvero la zona che sull’Everest è sopra il Campo Quattro. Sapete perché viene chiamata così, zona della morte? Perché il freddo e la mancanza di ossigeno uccidono le cellule del tuo corpo. Nel film viene spiegato. A latitudini normali il corpo riproduce 10 volte più cellule di quante ne muoiano, a 8000 metri succede il contrario, muoiono più cellule di quante se ne riproducano. Per questa ragione il tempo di permanenza possibile a quelle altezze è molto breve. Salendo stai letteralmente morendo. Sono felice di dire che a quei livelli, durante le riprese, non ci siamo arrivati, ma il freddo l’ho patito eccome. Le estremità si crepavano, mani e piedi non li senti più, e quando stai scalando hai estremo bisogno delle tue dita. Ti si spaccano sotto i guanti, ma tieni duro, perché non vuoi sapere cosa succede se molli».

Che cosa le resta di questa avventura in montagna?

«Andare in montagna è una pratica spirituale. La mente si fa silenziosa, il corpo è attivo, e ti ricordi che la vita umana è breve e piccola. Per questo è nostro dovere proteggere quell’equilibrio. Il mio insegnante di recitazione riassumeva il mio mestiere in cinque parole: essere sinceri in circostanze immaginarie. Con Jennifer Peedom sono diventate otto: Essere sinceri in circostanze estreme, selvagge, libere, belle. È stata un’esperienza che non dimenticherò».