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Cinema

Ora i vampiri bevono lacrime (del pubblico)

Il confusionario film di Casey Affleck è un gioco a incastro, nel quale si perde per primo il regista americano

The cast with Alberto Barbera (c) at the Premiere of film Company at the 83rd Venice International Film Festival September 08 2026, Venice, Italy (photo by Gian Mattia D’Alberto/Lapresse)

da Venezia

Una notte d’inverno una viaggiatrice bussa alla porta di una dimora che non conosce. Fuori piove e fa freddo, dentro c’è il calore di una serata fra amici e, si sa, l’ospite per tradizione è sacro, soprattutto se è sconosciuto. Evelyn, questo è il suo nome, si sdebita raccontando una storia, quella del vecchio Tom che una ventina d’anni prima, adesso siamo negli anni Settanta, salvò dalla tormenta un’attrice rimasta bloccata durante una tempesta di neve: era scesa dal treno, fermo mentre venivano liberati i binari, e poi il treno era ripartito senza che lei riuscisse a rimontarci su...

Al vecchio Tom, vedovo, solo, malato, l’attrice aveva a sua volta raccontato una storia, risalente a più di un secolo prima. È anche questa, apparentemente, una storia di salvezza, un giovane trovato svenuto da una coppia di contadini davanti alla loro fattoria e, anche qui, in una notte buia e tempestosa... Lo hanno rianimato e poi ospitato, nonostante nella zona continuino a rincorrersi delle voci riguardanti delitti efferati: vecchi e giovani, donne, uomini, a cui qualcuno ha strappato il cuore e se l’è portato via, come fosse un totem o un trofeo...

Company, di Casey Affleck, ieri in concorso, era arrivato in Laguna con grandi aspettative da parte di pubblico e di critica: regista al suo terzo film, vincitore di un Oscar come miglior attore per Manchester by the Sea, fratello minore di Ben Affleck, Casey è anche sceneggiatore, produttore, nonché fondatore e direttore di Sea Change Media.

Costruito come una sorta di mille e una notte gotica, Company ha i difetti tipici dei sermoni all’americana, imbottiti di Antico Testamento, peccato originale, legge del taglione e pietas nel nome dell’espiazione dei delitti altrui. La viaggiatrice-narratrice della storia, par di capire, è una sorta di strega che attraversa i secoli per riparare i torti commessi e i dolori fatti patire. A volte riesce in qualche modo a pacificare anime innocenti, ma tormentate da torti altrui, altre deve esorcizzare anime perdute e sempre in cerca di vendetta...

«Noi veniamo ricordati per la quantità d’amore che siamo capaci di generare nonostante tutto» dice il regista a proposito del suo film, ma l’impressione è che nemmeno lui abbia ben chiaro il perché delle storie e l’intreccio che le lega. «Mi è capitato spesso di iniziare a narrare una vicenda per poi trovarne un’altra al suo interno, pronta a mutare forme in modi inaspettati» ammette. Qui, il bene che proviene dal male o il male che tuttavia redime mettono a dura prova la pazienza dello spettatore, a volte incredulo, altre volte perplesso, sempre più ansioso di vedere la parola fine sullo schermo, consapevole che se la vita è una valle di lacrime è meglio sbrigarsi che piangersi addosso.

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