Il commento Il Cile esempio virtuoso per il Sud America

di Livio Caputo

La svolta è epocale: in quell’America Latina che da un decennio è in preda a una deriva populista e sinistrorsa, in quel Cile che ha subito per 17 anni la ferrea dittatura di Pinochet, un candidato di destra ha conquistato la presidenza con un margine di quattro punti dopo una delle campagne elettorali più civili e corrette che il continente abbia mai visto. Subito dopo il suo trionfo, Sebastian Piñera ha telefonato in diretta Tv alla presidente uscente, la popolarissima socialista Michelle Bachelet, ringraziandola del suo operato e invitandola a colazione per avvalersi dei suoi consigli. Il passaggio di poteri promette di essere più morbido che nelle grandi democrazie europee: nel suo discorso inaugurale, Piñera ha assicurato che continuerà la politica sociale dei governi di centro-sinistra, che chiamerà al governo gli uomini e le donne più preparati e che, con l'aiuto delle nuove generazioni che gli hanno dato fiducia, cercherà di raddoppiare l'attuale reddito pro-capite di 12.000 dollari e di fare del Cile «il miglior Paese del mondo».
Piñera, il terzo uomo più ricco del Cile, è il primo presidente di destra eletto democraticamente dal 1958 e, sebbene non abbia mai collaborato con il regime di Pinochet, è stato senz’altro portato alla Moneda dalle stesse forze che a suo tempo sostennero il golpe. Suo fratello José, che fu ministro del Lavoro del generale, è l'autore di un rivoluzionario sistema pensionistico che è stato poi copiato da ben 26 Paesi e anche in Italia ha numerosi estimatori. Durante la campagna, ha puntato soprattutto sulla necessità di rinnovare la classe dirigente, di combattere con maggiore energia criminalità e droga e di riprendere con più vigore la strada del liberismo economico introdotto da Pinochet, che ha fatto del Cile il Paese più ricco e progredito del Sud America. Perciò, mentre nel resto del continente sono tornate in voga le nazionalizzazioni, Piñera avvierà la privatizzazione parziale della Codelco, la più grande produttrice di rame del mondo e la principale fonte di ricchezza dei cileni.
Nonostante tutto ciò, sarebbe sbagliato interpretare la vittoria di Piñera come una specie di riabilitazione postuma del governo di Pinochet. È, comunque, la prova che il regime militare, pur responsabile dell'uccisione di oltre tremila avversari politici e di imperdonabili violazioni dei diritti umani che gli valsero l'ostracismo dell’Europa, non ha lasciato - come quello argentino - soltanto un’eredità negativa: durante i 17 anni della dittatura, il Cile ha conosciuto una profonda trasformazione che ne ha fatto la nazione più ricca e meglio strutturata del continente. Proprio questo retaggio ha consentito che, nel giro di soli 20 anni, il trauma della dittatura venisse riassorbito e un uomo di destra, con molti collaboratori attivi già ai tempi del generale, arrivasse al potere pacificamente, attraverso le urne.
La svolta cilena avrà una notevole importanza anche sul piano internazionale, rafforzando la posizione degli Stati Uniti nel continente. Al contrario della Bachelet, che pur cercando di tenersi fuori dalla mischia manteneva buoni rapporti con vecchi e nuovi caudillos rossi, Piñera considera Raul Castro un dittatore, Chavez un pericoloso demagogo, i vari Morales, Lugo e Mujica degli incompetenti arruffapopoli. Invece, è amico di Uribe, il presidente della Colombia che finora era l’unico vero alleato di Washington in America Latina, e nelle imminenti elezioni brasiliane potrà diventare un prezioso punto di riferimento per il candidato moderato che sfiderà l’erede di Lula.
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