La compagnia di ventura che fa sognare Fini

Se volete capire dove va Gianfranco Fini, dovete prima sentire la storia di Gianfranco Fini. Non quella del Gianfranco presidente della Camera, però. Ma quella del suo omonimo: emiliano romagnolo trapiantato come lui, cinquantenne come lui. Solo che questo Gianfranco Fini è un Fini che fa il militante a tempo pieno, prima della Quercia e poi del Pd. I giornalisti inviati tra gli stand lo hanno scoperto ieri, quando al termine del dibattito a Genova del presidente della Camera si è presentato all’ex leader della destra italiana così: «Piacere, io sarei, Gianfranco Fini». E l’ex leader della Camera, scherzando: «Favorisca i documenti!». E il Gianfranco delle salamelle, un po’ incazzato: «Eccoli. Ma adesso mi faccia vedere i suoi». Al che Fini è rimasto per un attimo spaesato: «Io non li ho».
Ecco, a pensarci bene, il Gianfranco Fini di oggi è chiuso in questo paradosso. Il suo omonimo una carta di identità ce l’ha. Lui invece la carta di identità non ce l’ha più. Il Fini di oggi è un Fini che esalta al massimo le sue doti di politico mutante del terzo millennio, si aggiorna i connotati politici culturali in ogni stagione politica, si riscrive la biografia a seconda della esigenze tattiche: potrà piacere o meno, ma in questo esercizio è un maestro insuperabile e insuperato. Ed ecco l’aneddoto meraviglioso che il Fini diessino ha raccontato di sera, nella trasmissione su Red tv di Diego «Zoro» Bianchi. «Zoro» è il blogger che ironizza e fa satira su tutto quello che passa sul palco della festa. Ieri sera avrebbe dovuto parlare di Fini, ma intuendo le potenzialità del personaggio, al termine dell’incontro con il presidente della Camera ha agguantato il Gianfranco Fini «rosso», lo ha portato nel suo programma serale, e gli ha fatto raccontare la sua storia di sofferente vita parallela con il Gianfranco Fini nero. Uno spettacolo, ma anche una lezione istruttiva. «I miei guai – racconta il militante del Pd – iniziarono già a vent’anni. Avevo avuto in sorte persino la disgrazia di trovarmi nella stessa regione del mio omonimo. Un giorno degli amici mi mandarono un volantino che annunciava l’incontro in un paese vicino al mio: «Gli eroi della Repubblica sociale. Interviene Gianfranco Fini». Per il Fini nero, non ancora segretario del Fronte della Gioventù era l’inizio di una carriera. Per il Fini rosso era l’inizio di una sofferenza, da quel momento una vita di inferno. Era come vivere di specchio il disagio per la stagione identitaria di un leader: Fini sul palco con Le Pen gli dona la Fiamma, Fini dice che Mussolini è lo statista del secolo, Fini dice che i maestri omosessuali gli fanno schifo...
Ma la storia improvvisamente cambia: «Da qualche anno, con la conversione del mio gemello anche la mia vita cambia: ma sai che Fini non è poi così male...». È il contrordine: Fini che vuole il voto per gli immigrati, Fini che dice di Salò che è il male assoluto, Fini che difende Napolitano contro Berlusconi nei momenti di crisi istituzionali: «L’altra sera un compagno mi fa: Gianfranco, guarda che Fini ti ha scavalcato a sinistra». Se mancava una certificazione plastica di questo ribaltamento di senso, a fornirla è stata la platea di Genova. Quella che non solo ha applaudito Fini quando diceva cose di sinistra, ma che lo ha tripudiato persino quando – da calcolatore millimetrico – aveva infilato la battuta di destra per farsi fischiare e recuperare un po’ di equilibrio. Invece picche. Oggi, la debolezza a destra di Fini, e la sua popolarità quasi imbarazzante a sinistra sono le condizioni per una partita complessa che lo può portare la Quirinale. Perché in una Italia berlusconiana Fini scommette che il gioco dei veti incrociati può portare sul Colle solo un non berlusconiano. Sbaglia? Mica tanto. Il Parlamento andreottiano produsse un presidente anti-andreottiano come Scalfaro, un Parlamento dalemiano, portò al Quirinale un migliorista. Nell’Italia della prima Repubblica sono le identità contrarie che trovano gli spazi, non quelle positive. Nello scenario di uno scrutinio avanzato, Fini potrebbe sommare una pattuglia di fedelissimi, cresciuti nella fronda della sua fondazione Fare futuro, e nelle salmerie istituzionali, ai voti della sinistra. Ecco perché, per provare a trovare spazio, il Fini nero, ruba l’identità del Fini rosso. Ecco perché gli applausi alla festa del Pd non sono un infortunio ma una mossa calcolata. Ecco perché quelli che tifano oggi Fini sono Montezemolo, D’Alema, i radicali ma soprattutto De Benedetti e il suo gruppo editoriale. Ecco perché l’ultimo affondo contro Berlusconi è affidato alla pagine «amiche» dell’Espresso: «Il Pdl è soggetto a rischi populisti e carismatici». Quasi volesse confermare quanto scritto ieri dal Corriere: «È la fine della monarchia assoluta nel Pdl».

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