Oggi pensavo a questa cosuccia. Vi ricordate quando Filippo Turetta ha ammazzato Giulia Cecchettin? Abbiamo inondato i giornali di analisi sul patriarcato e la sorella della vittima, Elena, arrivò a dire che “tutti gli uomini devono fare mea culpa” perché, in sintesi, il killer era il prodotto di una cultura sessista e maschilista. Bene. Visto che parliamo di un morto e un morto, mi chiedo se nel caso di Abu e Atif occorra applicare lo stesso “lodo Cecchettin”. Visto che non sono pochi gli immigrati che uccidono, portano coltelli e stuprano, dobbiamo forse pensare che tutti i maranza siano colpevoli per quel ragazzo accoltellato in classe? No, ovviamente. Le responsabilità penali sono personali. Spero che nel tempo i sostenitori dell’assurda teoria del patriarcato, che incolpa tutti gli uomini, abbiano rivisto le loro posizioni.
La distanza siderale tra giornali e realtà la si vede chiaramente ogni lunedì sera quando Enrico Mentana, volente o nolente, è costretto a leggere i numeri dei sondaggi di SWG. Mentre tutti scrivono della difficoltà di Meloni nei rapporti con Trump, rilanciano i dati sulla povertà e ipotizzano scenari apocalittici in vista del referendum, Fratelli d’Italia supera il 31% nei voti. Vabbè.
Fermi tutti: dopo anni in cui ci dicevano che il “populismo” era il male assoluto, oggi Corrado Augias fa una capriola incredibile. A Di Martedì afferma che la destra raccoglie l’indignazione sulla sicurezza con “semplicità”, mentre la sinistra, vittima del suo pensiero complesso, non riesce ad arrivare alla pancia della gente. Cioè: adesso che hanno capito che il populismo era solo un banale “parlar semplice”, e non il peggiore dei mali della democrazia (andatevi a cercare qualche vecchio articolo), chiedono a Schlein di essere populista.
Storia meravigliosa. Riporto il sottotitolo di Repubblica: “Polemica in un pub di Castelnovo di Borgonovo Val Tidone (Piacenza), dove verrà ospitata una manifestazione musicale ‘nera’ (fasciorock, ndr), nel giorno in cui in città sfila un corteo neofascista per la remigrazione. ‘Siamo costretti, dobbiamo pagare le spese di gestione’, si giustificano i titolari”. Evviva il capitalismo.
Trump sulla Groenlandia sbaglia, siamo tutti d’accordo. Ma che ci vogliamo fare? Non sbagliavano forse anche Bush sull’Iraq e Obama sulla Libia? Sì. Ma il mondo è ben diverso dalla favoletta degli 80 anni di pace che ci raccontano a scuola in lode all’Europa. Noi siamo stati in pace. Non gli altri.
Macron cerca ancora di diventare il leader di questo lembo di terra che chiamiamo Europa. Ma è impossibile riuscirci. Il momento per creare un sentimento europeo è passato e non tornerà. Certe cose, soprattutto quando devi unire popoli diversi, vanno fatte quando il vento è favorevole: cioè quando ci sono soldi e l’economia va bene. Noi ormai il boom ce lo sogniamo, stretti come siamo tra ideologie anti-economiche (quelle green) e burocrazia canaglia (gli Usa inventano l’AI, noi la regoliamo). Così il nostro benessere arranca e, quando manca la prosperità, le differenze si acuiscono. In tempi di guerra la fame trasforma in nemici anche i vicini di casa. Quindi Emmanuel può anche sognare con i suoi occhialetti: non ci riuscirà.
Non so se sarà così, ma credo che sulla Groenlandia Trump stia applicando il metodo dazi: sparare altissimo per poi trattare. Magari non punta davvero ad annettere il territorio, ma a controllarlo militarmente sì. Chissà che alla fine non ci si accordi su basi, missili, armamenti, navi. Chissà.
Mi spiegate perché se Renzi va a
pranzo con Obama un giorno sì e l’altro anche è un grande risultato geopolitico, mentre se Meloni ha buoni rapporti con Trump diventa subito la vassalla? Boh.