Piero Pizzillo
da Genova
È arrivata quando la piccola Maria era già in mani bielorusse la sentenza della Corte dappello di Genova. Hanno dato torto, i giudici, al ricorso della coppia di Cogoleto che chiedeva di sospendere lordinanza del Tribunale dei minori genovese. Non hanno alcun titolo giuridico, marito e moglie, nellavanzare richieste, hanno sentenziato. E non hanno alcun titolo perché non esiste giuridicamente la figura del genitore affidatario. I Giusto, non sono una coppia adottiva, sono soltanto una famiglia che ospita temporaneamente una bimba che ha come tutori legittimi i responsabili dellorfanotrofio di Vilejka e nessun altro. Poco importa, per i giudici che non sono neanche entrati nel merito, se proprio in quellorfanotrofio Maria ha denunciato violenze e soprusi a cui era sottoposta. Riconsegna ai bielorussi, dunque, questo implicitamente stabiliva la Corte. Perché dunque laccelerazione? Perfino il presidente della Corte Luigi Rovelli ieri si diceva sorpreso in quanto prassi vuole «che un provvedimento impugnato venga eseguito prima di attendere la decisione in merito».
E allora, perché laccelerazione? Forse perché, come raccontiamo nellarticolo qui sotto, era già pronto un ricorso alla Corte di Strasburgo che avrebbe potuto sospendere anche la decisione della Corte dappello di Genova e riaprire una partita che non aveva precedenti giuridici e che quindi era tutta da giocare non tanto sul filo del diritto quanto su quello dei diritti umani.
Ecco perché viene da pensare che gli eventi siano precipitati affatto casualmente. Non sembra casuale, cioè, che si sia permesso ai carabinieri di consegnare la piccola alle autorità bielorusse, di improvvisare un volo Genova-Minsk nella serata di venerdì e di imbarcare sotto scorta bielorussa la piccola che non voleva tornare lì dove diceva di essere stata violentata.
Volevano, i burocrati al servizio del dittatore comunista Lukashenko, che questa grana fosse risolta al più presto prima che il caso già così clamoroso diventasse un atto daccusa dellintera Europa nei confronti del loro Paese. Volevano in fondo la stessa cosa i burocrati del nostro governo che in queste settimane non ha mai preso una posizione precisa sulla vicenda in nome della ragion politica. Il caso stava però già spaccando opinionisti e politici del centrosinistra che si rendevano conto di quanto non fosse il caso di sottostare al ricatto dei bielorussi che hanno sospeso per ritorsione i viaggi di ricreazione dei bimbi di Cernobyl. Ha cominciato a covare sotto la cenere di una parte politica abituata per molto meno a scendere in piazza, lidea che forse prima di tutto andava ascoltato il grido daiuto di una bambina e verificato quanto di vero ci fosse nelle sue parole. Dunque Roma e Minsk avevano entrambe lo stesso problema: uscire in fretta da questa storia che per entrambi era una grana. La prima doveva vergognarsi della propria indifferenza, la seconda del rischio che correva nel vedersi processare ancora una volta perché calpesta i diritti umani.
È da questa esigenza comune che è nata lidea di un accordo segreto che consentisse a entrambi di tirarsi fuori dal can can mediatico e dalle denunce ai tribunali. E che nello stesso tempo salvasse loro la faccia mostrando un tentativo, per quanto abborracciato, di occuparsi della tutela di Maria che attraverso la voce dei coniugi di Cogoleto ha sollevato il caso.
A quel che risulta al Giornale la vicenda ha dunque visto laccelerazione improvvisa di venerdì sulla base di un compromesso tra Italia a Bielorussia. In cosa consiste il compromesso? La due parti avrebbero concordato che Maria non vada più in orfanotrofio ma che venga adottata dalla stessa famiglia bielorussa che ha adottato il fratello maggiore di Maria. Non è ancora chiaro in quali forme, ma ci si sarebbe anche accordati su aiuti economici da dare alla famiglia in questione perché prenda in custodia la piccola e la faccia crescere lontana da ambienti in cui non vuol più tornare per le violenze che ha denunciato.
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