Confermato Barroso Batosta socialista all’Europarlamento

José Manuel Durao Barroso ride più che soddisfatto. Ha evitato il trappolone irlandese - andare al voto di riconferma dopo il referendum costituzionale in Eire era un azzardo serio - ma anche lo sgambetto tentato ai suoi danni dai socialisti di Martin Schulz. Che rifugiatisi nell’astensione, pensavano che coi voti contrari di sinistra ed euroscettici, l’ex-premier popolare portoghese non ce l’avrebbe proprio fatta.
E invece, con 382 sì (più della maggioranza assoluta) contro 219 no e 117 astensioni, Barroso ha ottenuto il mandato bis. Per altri 5 anni sarà lui il presidente della commissione e cioè, di fatto, l’uomo che dovranno chiamare tanto Obama, che Putin che i cinesi se vorranno discutere con l’Europa a 27. Soddisfatto Berlusconi che di Barroso era divenuto “grande elettore”(dopo una amichevole telefonata tra i due, palazzo Chigi ha fatto sapere di ritenere la rielezione “il primo grande passo in vista della definizione del nuovo assetto europeo”), così come Sarkozy e buona parte degli altri premier europei. Soddisfatto naturalmente il Ppe, tra i quali siedono gli europarlamentari del Pdl i quali, come Mario Mauro, hanno accolto positivamente il risultato e si sono augurati un occhio di riguardo maggiore nei confronti del nostro paese.
Meno contenti, al contrario, gli esponenti di Pd e di Italia dei valori. Questi ultimi, contrariamente al gruppo liberale di cui fanno parte - e che ha esplicitato il suo consenso alla conferma di Barroso - hanno votato contro per il troppo flebile federalismo intravisto nel suo disegno (ma allora perché tuonare contro Bossi in Italia?), mentre gli uomini di Franceschini assicurano che lo attenderanno alla prova, a cominciare dalla formazione della nuova commissione (su cui si voterà a dicembre), vantandosi di “avere contribuito” alla riduzione dei consensi a Barroso, convincendo molti a non esprimersi. Di quest’ultima affermazione, in realtà, non c’è traccia. Anzi. Il gruppo socialista conta 148 parlamentari, ma le astensioni sono state solo 117. Per cui i conti non tornano. Come non si riesce a comprendere più in generale la posizione dei socialisti che da questa legislatura non sono più gruppo Pse, bensì S&D (socialisti e democratici, in modo da poter accogliere il bizzoso Pd italiano visto che taluni avevano detto di non aver alcuna intenzione di esser nati democristiani e di dover morire socialisti).
A giugno, quando il consiglio - e cioè capi di Stato e di governo - aveva convenuto all’unanimità sul bis di Barroso, proprio Schulz era balzato in piedi strillando allo “scandalo politico” e facendo sapere che mai e poi mai il suo gruppo avrebbe concesso il via libera. Quando, ai primi di questo mese, il presidente della commissione ha ottenuto il via libera al voto - fissato per ieri - già l’irrinunciabile blocco era divenuto uno stop variabile. Schulz reclamava, per concedere l’astensione, che il presidente della commissione accettasse «condizioni non negoziabili». Quali? Un sostegno alla riduzione dell’orario di lavoro e, ancora e più importante, l’impegno a introdurre una linea che preveda pari salario per pari prestazione, tanto per gli uomini che per le donne, in tutta Europa. In sostanza un metalmeccanico cipriota avrebbe dovuto ottenere una busta paga come quella di un tedesco alla Volkswagen. Un maestro estone o italiano, esser pagato quanto un inglese o uno svedese.
Dicono che nel faccia a faccia organizzato un paio di giorni fa tra Schulz e Barroso, il primo abbia avanzato le richieste e si sia sentito rispondere che i salari dipendono dai contratti che stipulano soggetti terzi e che comunque c’era anche il rischio che un finlandese si ritrovasse con lo stipendio di un greco anziché viceversa. Fatto sta che ieri Schulz, dopo il voto, ha detto che Barroso a dicembre - quando presenterà la sua commissione - dovrà «rivolgersi ai socialisti per ulteriori, fermissime condizioni, dopo quelle già accettate». Ma delle quali non si è davvero potuta cogliere alcuna traccia.