Corsa alle presidenziali Usa: Rudy Giuliani sfonda a destra

Tra i repubblicani l’ex sindaco di New York ha ormai il doppio delle preferenze di McCain, il candidato più vicino a Bush

Corsa alle presidenziali Usa: 
Rudy Giuliani sfonda a destra
Washington - Forse perché sono partiti troppo presto, ma non soltanto, non principalmente per questo: barcollano i front runners della corsa alla Casa Bianca 2008. Rallenta Hillary nella «corsia» riservata ai democratici, sembra addirittura precipitare John McCain nella «corsia» repubblicana; ed è la sua caduta a fare ora notizia. Prediletto (almeno fino a ieri) dall’establishment vicino a Bush e in particolare dagli integralisti religiosi, il senatore dell’Arizona è stato prima superato, poi distaccato e adesso doppiato da un rivale famoso ma fino a qualche settimana fa improbabile: Rudy Giuliani. Gli ultimi due sondaggi indicano anzi che l’ex sindaco di New York ha per il momento fatto il vuoto alle sue spalle: 23 punti di margine secondo uno degli istituti di indagine, addirittura 29 secondo un altro. In percentuale 44 repubblicani su cento si dicono ora pronti a votare per Giuliani e solo il 21 per cento per McCain. Mancano, certo, venti mesi alle elezioni presidenziali, quindici mesi alla Convention nazionale che nominerà il candidato; ma ne mancano meno di dodici alle «primarie» invernali, molto spesso decisive. È vero che ai caucus dell’Iowa e ai test preliminari del New Hampshire partecipano normalmente solo gli attivisti dei rispettivi partiti, dunque con una presenza «esagerata» dell’ala sinistra del Partito democratico e dell’ala destra del Partito repubblicano. Ma è proprio in seno a quest’ultima che si registrano movimenti addirittura tellurici. Il conservatorismo doc nel partito di George Bush si articola, oltre che sul liberismo economico, su una triade di «valori» riassumibile nel trinomio Dio, Patria, Famiglia. Sotto ciascuna «voce» McCain dovrebbe essere preferito. Sotto «patria» perché è un eroe di guerra, mentre Giuliani non ha mai indossato l’uniforme. Nel capitolo «Dio» perché ha cominciato molto prima a coltivare gli elettori «evangelici». Nella rubrica «famiglia» perché Giuliani, per cominciare, ha avuto tre mogli. In più egli viene da New York, che grazie alla sua opera di sindaco non è più considerata la «Gotham City», covo della malavita, ma tuttora è difficilmente identificabile con una interpretazione letterale delle Scritture.

 

E tuttavia sono sempre più numerosi anche e proprio nella «fascia della Bibbia» coloro che lo preferiscono a McCain. Non lo considerano, è chiaro, uno di loro, ma uno che può vincere, nella convinzione che solo un presidente repubblicano potrà proteggere la società da una ulteriore espansione di un’etica «secolare» della permissività e del relativismo. Né McCain né Giuliani sono «fidati» quanto Bush. Entrambi sono imperfetti, ma entrambi si danno da fare per proiettare una nuova immagine che gli consenta di fare il pieno dei voti anche nel diffidente Midwest, nelle aree rurali dell’Ovest e nelle roccheforti della Destra Cristiana nel Sud. L’uno dopo l’altro presidenti e portavoce delle associazioni anti aborto, anti nozze gay, «pro famiglia», pro scuole religiose si sono dichiarati nelle ultime settimane pronti a indirizzare i propri fedeli verso la candidatura Giuliani. I motivi addotti sono quelli indicati, ma ce ne sono altri più strettamente politici. Il più banale può essere la goffaggine di cui la campagna in favore di McCain dà spesso prova, nello sforzo di «coprire» tutte le aree disponibili, dai sostenitori di Bush ai suoi critici di sempre o di recente. Il più importante, forse, è la rivelazione che essere associati troppo strettamente con il presidente in carica può sì servire a conquistare appoggi ma non un largo voto popolare. McCain, rivale di Bush nel 2000, non gli ha risparmiato critiche, ma «all’interno» del campo della guerra all’Irak, diventandone così in un certo senso parte. Giuliani invece simboleggia agli occhi di molti la parte indiscutibile della politica estera Usa dopo le Torri Gemelle: la guerra al terrorismo, quella lanciata dalle sue parole all’immediato domani della strage: «Non è la nostra guerra, è la loro.

Finirà quando la smetteranno di cercare di ucciderci». Su questo punto l’America è tuttora unanime. È l’«avventura irachena», a suscitare stanchezza, contrasti e sfiducia. E McCain ha ammesso l’altro giorno: «Sì, può consumare la mia candidatura».

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