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Così Azaña e il suo "Chisciotte" sono stati lo specchio (incrinato) dei nodi irrisolti della Spagna

Presidente fra il ’36 e il ’39, era rimasto sconvolto dalla ferocia della guerra. Il personaggio di Cervantes per lui incarnava i sogni deleteri anziché un uomo buono

Così Azaña e il suo "Chisciotte" sono stati lo specchio (incrinato) dei nodi irrisolti della Spagna

Manuel Azaña (1880-1940), di cui tradotto e curato da Sebastiano Leotta, esce ora Cervantes e l'invenzione del Chisciotte (Solfanelli, pagg. 77, euro 9) fu una figura di spicco nella politica e nella cultura spagnola del primo Novecento, e tuttavia una figura mai compiutamente definita, fantasmatica quasi, più che reale. Sul primo versante, quello appunto politico, fu il presidente della Repubblica spagnola all'indomani della vittoria del Fronte popolare nel 1936 e tale rimase fino a quando Francia e Inghilterra riconobbero, tre anni dopo, Francisco Franco come capo del nuovo governo. A quel punto Azaña si dimise e poi nel giro di un anno morì, un po' come se la fine della Repubblica segnasse la fine della sua stessa vita. Aveva sessant'anni.

Va altresì detto che, come presidente, via via che gli scontri interni fra anarchici, socialisti e comunisti andavano infittendosi, Azaña si ritrovò sempre più isolato e inerme quanto alle scelte del governo repubblicano, e la sua presidenza assunse sempre più un che di onorifico. Come il trasognato autore di una commedia che una volta messa in scena vede gli attori disattendere completamente il copione, Azaña si ritrovò con una realtà della Repubblica completamente estranea all'idea a cui mentalmente aveva dato forma... La crudeltà stessa del conflitto in corso lo atterrì, perché superiore alla sua stessa immaginazione.

Il secondo versante, quello di scrittore e di pensatore, gli valse da Miguel de Unamuno, l'appellativo ironico, ma non falso, di "scrittore senza lettori". Scrisse romanzi, scrisse saggi, come quello ricordato all'inizio su Cervantes e naturalmente scrisse le sue memorie e i suoi ricordi, ma quando badava troppo alla forma imbalsamava il contenuto e quando inseguiva quest'ultimo, finiva con il perdersi per eccesso di pedanteria. Nel suo monumentale Las armas y las letras, Andrés Trapiello ne dà nel suo complesso un giudizio negativo, una sorta di personaggio tolstoiano, quale il Pierre di Guerra e pace, che percorre il campo di battaglia irritato e insieme stralunato per quello che vede...

Era però, restando in terra di Spagna, anche una sorta di personaggio perfettamente chisciottesco, nell'idea che le guerre passano, come passano le sconfitte e le vittorie, ma i libri restano e in fondo questa era anche la lezione del suo Cervantes e l'invenzione del Chisciotte da cui siamo partiti.

Per bilanciare un ritratto tutto sommato con più difetti che qualità, Trapiello concede comunque al saggio su Cervantes l'onore delle armi, definendolo uno dei "più notevoli, acuti e definitivi scritti sull'argomento", il che a noi sembra francamente eccessivo. Leotta comprensibilmente lo riporta, quale ulteriore giustificazione della giustezza del suo proporlo ex novo e a un pubblico ormai del tutto nuovo rispetto all'epoca in cui fu scritto, ma mi sembra che il suo giudizio non collimi del tutto con quello di Trapiello e questo va a onore della sua onestà critica.

Per completare la figura di Azaña, va detto che fu un oratore formidabile, perfetto campione di quella repubblica e/o "clase discutidora" dove le frasi a effetto si sprecavano e, specie nei comizi nelle piazze cittadine e in provincia, il pubblico veniva chiamato ad assistere a un vero e proprio duello d'eloquenza a distanza, il che faceva parte del costume nazionale dell'epoca. Nel caso di Azaña, la sua abilità consisteva nel disegnare i tratti nobili di una Spagna ideale che però per essere possibile doveva spazzare via quella reale: via l'esercito, insomma, via il clero e quindi via la religione cattolica, via la miseria economica e quella intellettuale... Un po' troppo per chi era fondamentalmente un professore, non aveva un partito politico alle spalle, tantomeno un proprio radicamento sul territorio.

Letta con attenzione, la prima parte del Cervantes e l'invenzione del Chisciotte non si discosta molto da quelle lezioni erudite e un po' salottiere che allora tenevano banco al Club femenino Lyceum di Madrid, di cui non a caso lo stesso Azaña sarà per un certo periodo presidente. In seguito il saggio prende corpo, ma se stilisticamente lo paragoniamo al Chisciotte di de Maeztu, che sempre Leotta ci ha fatto conoscere qualche anno fa (Gloria e decadenza. Una interpretazione del Don Chisciotte, Rubbettino), la bilancia pende a favore di quest'ultimo, per spunti e analogie storiche, vis polemica, analisi della realtà spagnola e del suo impasse fra un passato glorioso e un presente di miseria. In buona sostanza, la tesi di fondo di Azaña è il mettere da parte il sogno deleterio del chisciottismo e riappropriarsi del buon senso, ma, come osserva giustamente Leotta nella sua prefazione, "forse bisognerebbe capovolgere il senso della fine del romanzo, la rinuncia alle chimere cavalleresche, non è una sconfitta, ma il ritorno alla dignità dell'uomo giusto, quell'Alonso Chisciano i cui costumi gli resero la fama di buono".

È noto che il "sonno della ragione genera mostri", celebre immagine goyesca, ma è altrettanto vero che "il sogno della ragione" fa altrettanto, come il razionalismo illuminista prima e poi la sua applicazione con il materialismo storico dimostreranno ampiamente. Azaña non capì quello che de Maeztu aveva invece ben chiaro e cioè che i popoli e le civiltà che da essi vengono create hanno bisogno di miti suggestivi più che di ragionamenti corretti. Il romanzo di Cervantes è la biografia del suo autore e in fondo la Spagna rise di quelle azioni che non poteva più intraprendere. Addolcì, se si vuole, la fine di ciò che era stato un impero, una presa d'atto e insieme una voglia di riposo e di oblio. Il rischio, come de Maeztu capì e Azaña invece non colse, è che potesse arrivare il giorno in cui gli spagnoli avrebbero sofferto del loro chisciottismo perché si sarebbero accorti e/o autoconvinti "di aver lasciato solo Don Chisciotte alla gogna del ridicolo", che è una chiave di lettura che spiega molto bene quella massa di urto e di odio che spinse le due parti ideologicamente motivate a una guerra civile che aveva i tratti di una vera e propria mattanza dove l'onore chisciottesco non aveva più alcuno spazio.

Azaña se ne ritrasse inorridito ed è rimasta celebre una sua amara considerazione: "Se per miracolo dovessimo vincere, i repubblicani dovrebbero partire con la prima nave che salperà dalla Spagna, sempre che ce lo permettano". Per gli eventuali vincitori della sua parte, insomma, era anche lui un nemico, per quanto fosse il presidente della Repubblica...

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