«Così mio marito Liu Xiaobo sta pagando per le sue idee»

«Ho la polizia davanti casa, sono qui sotto anche adesso mentre parlo con voi. I miei telefoni sono tutti controllati, ma non c’è problema, ci siamo abituati. Non c’è nulla di cui debba aver paura, fatemi tutte le domande che volete, questo è l’unico modo in cui posso aiutare mio marito». Liu Xia, 49 anni, ci parla al cellulare dalla sua casa di Pechino. Una casa vuota e silenziosa, una casa da vedova bianca. Suo marito Liu Xiaobo, 54 anni, uno dei più conosciuti dissidenti cinesi, è in galera dal dicembre 2008, da quando firmò e tentò di presentare la “Carta 08”, un manifesto dei diritti umani scritto assieme ad altri dissidenti in occasione del 60° anniversario della Carta dei diritti dell’uomo. Quell’appello per la libertà d’espressione, quel manifesto in cui si chiede la fine dell’egemonia del partito unico si è trasformato nella sua condanna. Da quel dicembre 2008 Liu Xiaobo non ha più rimesso piede in casa, non ha più assaporato la libertà. E il 25 dicembre scorso un tribunale di Pechino lo ha condannato a 11 anni di galera, la pena detentiva più lunga inferta negli ultimi anni, secondo gli esperti italiani della Fondazione Laogai che da mesi lanciano appelli per il dissidente.
«Il processo è durato in tutto tre ore, io non ho potuto neanche entrare – racconta in questa intervista telefonica con Il Giornale la moglie Liu Xia -. L’hanno accusato d’incitamento alla sovversione contro i poteri dello Stato, ma in quell’accusa non c’è un briciolo di verità. Mio marito non ha fatto nulla di tutto questo, si è limitato a manifestare le sue idee, ad esprimere le sue opinioni. Per giustificare quell’accusa hanno selezionato cinque o sei suoi articoli e hanno tirato fuori i passi in cui si parlava di dittatura. Mio marito è stato condannato a 11 anni per aver scritto degli articoli».
Lui come si è difeso?
«E come poteva difendersi? Il processo è durato in tutto tre ore e nessuno vi ha potuto assistere. Io non ho neanche potuto affacciarmi all’aula. Hanno tenuto fuori anche i rappresentanti stranieri. C’era un inviato dell’ambasciata del vostro Paese e per questo vi ringrazio, ma è servito a poco perché è dovuto restar fuori assieme agli altri. Mio marito si considera innocente, ma a che serve dirlo? Questo governo è così ottuso da non rispettare neppure le proprie leggi. Non esiste un solo articolo del codice che giustifichi la condanna a mio marito».
Ve l’aspettavate?
«Ci aspettavamo una pena dura. La sua condanna è stato un segnale indirizzato a tutti quelli che la pensano come lui».
Lui cosa le ha detto?
«Dopo la sentenza ho avuto solo dieci minuti di tempo per vederlo, non abbiamo certo parlato di quello. È stata una condanna puramente politica, non valeva neppure la pena di discuterne».
Da allora quante volte gli ha potuto far visita?
«Neppure una. E per ora sembra proprio non ci sia la possibilità di vederlo. È in carcere qui a Pechino, posso andare alla prigione una volta al mese, ma comunque non me lo fanno incontrare. Posso solo lasciargli dei soldi o dei vestiti, ma poi non si sa quando e se li riceverà».
Controllano anche lei?
«Diciamo che sono relativamente libera. La polizia controlla la mia casa, non lascia salire amici e conoscenti e nelle giornate particolari, quando si temono espressioni di dissenso o manifestazioni, non mi fa allontanare molto. Ma non mi molestano e non mi disturbano».
Dopo la condanna di suo marito Google ha deciso di sottrarsi alla censura: servirà?
«E chi può dirlo, io non vado molto su internet, ma alcuni miei amici mi raccontano che ora possono accedere alle informazioni su mio marito. È un piccolo passo in un mondo dove tutto sembra fermo dove la libertà d’informazione e le liberta individuali sono completamente bloccate. Bisogna vedere se e quanto a lungo durerà».
È d’accordo con chi dice che commerciando con la Cina l’aiuteremo a cambiare e ad aprirsi alla democrazia?
«I commerci e lo sviluppo economico hanno cambiato in maniera drammatica il volto di questo Paese, ma i diritti umani, la libertà d’espressione e quella politica non hanno fatto un solo passo avanti. Ci speriamo tutti, ma diventa sempre più difficile crederci».
A dar retta alle dichiarazioni di Hillary Clinton l’America sembra però decisa ad assumere posizioni più dure. Servirà?
«Le dichiarazioni del segretario di Stato americano sono una cosa positiva, ma la risposta è sempre la stessa, per capire se serviranno bisogna capire quanto dureranno. In ogni caso qualsiasi pressione aiuta».
Le pressioni internazionali aiutano anche suo marito?
«Sono l’unica cosa che può aiutarlo. Io e tutti i suoi amici non abbiamo alcuna possibilità d’influire sul suo destino. Gli unici che possono far qualcosa siete voi tenendone viva la vicenda, raccontandone la storia, impedendo che venga dimenticato. Finché il mondo si ricorda di lui possiamo sperare. Se il mondo se ne scorda, se ne scorderà anche il nostro governo».
Cosa vorrebbe dirgli?
«Amore, 11 anni sono lunghi, ma io sarò sempre con te. Non smettere mai di lottare».
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