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I "giochi sporchi" del No. Tre giudici del collegio nel fronte anti-riforma

Guardiano di "Md" sarà al convegno dei contrari. Ferranti è un'ex deputata dem. Potevano astenersi

I "giochi sporchi" del No. Tre giudici del collegio nel fronte anti-riforma
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È come se si fossero dati appuntamento: un folto gruppo di magistrati apertamente schierati contro la riforma costituzionale hanno contribuito a varare la decisione della Cassazione che ha rischiato di far deragliare il percorso verso il referendum già fissato (e confermato ieri dal governo e dal Quirinale) per il 22 e 23 marzo. Alcuni di loro sono intervenuti pubblicamente a iniziative del fronte del No, e ciò nonostante non hanno ritenuto opportuno astenersi o chiedere di essere sostituiti quando l'Ufficio centrale per i referendum ha affrontato una decisione in cui loro stessi erano sostanzialmente parte in causa.

Schierato decisamente a sinistra è Raffaele Frasca, presidente della Terza sezione civile, collaboratore della rivista di Magistratura democratica "Questione giustizia" e di "Giustiziainsieme", la rivista dell'altra corrente "rossa" dell'Anm, il Movimento per la giustizia. Alla stessa rivista collabora Giovanni Liberati, anche lui componente dell'Ufficio centrale della Cassazione. Viste le posizioni che entrambe le correnti hanno espresso sulla riforma della giustizia, è facile immaginare come siano orientati in vista del referendum. Le ipotesi diventano invece certezze per quanto riguarda altri due componenti - uno dei quali in posizione di rilievo - dell'Ufficio che ha emanato l'ordinanza sposta-voto. Uno è Alfredo Guardiano, "toga rossa" in servizio permanente effettivo, esponente di punta di Magistratura democratica, che il suo pensiero sulla riforma Nordio l'ha reso noto esplicitamente già nel novembre scorso - e con toni che hanno sollevato qualche stupore - sulle chat interne a un gruppo di colleghi, in cui non solo invitava apertamente a votare No (parlando di un "meditato attentato" alla funzione politico-costituzionale della magistratura") ma paragonava la riforma della giustizia alle scene finali del Caimano, il iflm di Nanni Moretti: la chat trapelò, suscitando l'indignazione di Maurizio Gasparri. Ma Guardiano non ha cessato il suo impegno contro la riforma, e martedì prossimo a Napoli sarà lui a moderare il dibattito "Le ragioni del No-difendere la Costituzione": una militanza che non ha sconsigliato al giudice di partecipare venerdì alla decisione cruciale che la Cassazione doveva prendere sul ricorso dei suoi amici del Comitato per il No. Stesso discorso per il giudice Franco De Stefano, che dell'Ufficio centrale è addirittura il vicepresidente, e che da tempo ha reso nota la sua ferma opposizione al sorteggio dei membri togati del Csm, uno degli assi portanti della riforma: nel 2019 definiva "dirompenti" gli effetti del sorteggio e "umiliante e di dubbia costituzionalità" l'idea "che i magistrati non sappiano eleggere i propri rappresentanti e che tutti possano svolgere le funzioni di rappresentanza". Neanche De Stefano ha avuto il dubbio che non fosse il caso di giudicare un ricorso contro una riforma che lui stesso considera umiliante e incostituzionale.

E poi c'è il volto più noto di tutto l'Ufficio: Donatella Ferranti, magistrato prestato alla politica e poi tornato alla toga, simbolo vivente delle "porte girevoli". La Ferranti da semplice giudice divenne segretario del Csm, poi si candidò nel 2008 alla Camera nelle liste del Partito democratico, venne eletta, fece carriera fino a diventare presidente della commissione Giustizia, dopo dieci anni a Montecitorio non venne più ricandidata ma fece un clamoroso salto di qualità: invece di tornare a fare la segretaria venne promossa dal Csm a giudice di Cassazione. E lì è rimasta tuttora, nonostante nel frattempo siano state divulgate innumerevoli chat con Luca Palamara in cui premeva per nomine di ogni tipo.

Quando Palamara raccontò di un incontro tra lei e il capo di Md Eugenio Albamonte per concordare nomine importanti, entrambi annunciarono querele: mai arrivate. Come la pensi la Ferranti sulla riforma della giustizia, è facile immaginarlo: ma neanche lei, al momento di esaminare il destino del referendum, ha avuto l'eleganza di lasciare l'Ufficio.

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