La notte è una lama d’acqua e di buio. Una pozza sull’asfalto scivolosa, la pioggia che precipita da ore, una strada sconnessa. La Mercedes 190 scivola, perde aderenza, sbanda. Siamo a Predore, nelle vicinanze del lago d’Iseo, la notte del 7 giugno 1990. L’auto va a schiantarsi contro la cancellata del campeggio Eurovil. Cesare Bortolotti sbatte la testa contro il parabrezza. Ha trentanove anni. Stava tornando da una classica partitella di tennis con gli amici. Non poteva sapere che, dietro ad una curva infida, si sarebbe interrotto il suo destino.
Il giorno dopo, a Milano, comincia il Mondiale di Italia ’90. Maradona è pronto a prendersi il centro della scena. A San Siro c’è un posto vuoto, e non è solo una sedia: manca un uomo che avrebbe dovuto assistere. Uno che ha silenziosamente trasformato la traiettoria calcistica dell’Atalanta.
Bortolotti era nato a Bergamo nel 1950. Imprenditore del ramo petrolifero, diventa presidente della Dea dal 1980, quando eredita la carica dal padre Achille. A trent’anni è il più giovane presidente del calcio professionistico. Di tempo per sorridere troppo però non ce n’è. L’inizio è brutale: retrocessione in Serie C1. Ma da lì nasce un metodo. Niente panico e schivare i proclami. Il Pres inizia ad assumersi responsabilità dirette, sceglie. Ottavio Bianchi, poi Nedo Sonetti, infine Emiliano Mondonico. Allenatori emergenti, uomini di campo, interpreti di un calcio ruvido e solidale.
Seguono annate che riportano i nerazzurri nelle categorie più nobili del calcio nostrano, fino al punto di svolta, condensato nella stagione 1987-88, una sorta di anomalia cosmica che si tramuta in leggenda. L’Atalanta è in Serie B, retrocessa l’anno prima, eppure è anche in Coppa delle Coppe, grazie alla finale di Coppa Italia disputata contro il Napoli campione d’Italia. Un paradosso calcistico che solo l’Italia degli anni Ottanta può produrre: provincia e continente, cadetteria ed Europa nello stesso respiro.
L’avvio è incerto. Eliminazione immediata in Coppa Italia. Il campionato è una marcia irregolare ma tenace: l’Atalanta resta sempre agganciata alle zone alte e conquista la promozione all’ultima giornata, 1-0 al Messina, 47 punti, un solo punto sul Catanzaro. Torna in Serie A insieme a Bologna, Lecce e Lazio.
Ma è l’Europa, in quell’anno di grazia, a cambiare la percezione di tutto. In Coppa delle Coppe l’Atalanta inciampa subito a Merthyr Tydfil, contro una comitiva di dilettanti gallesi. Sembra un tonfo rivelatore. Da lì in poi la squadra cresce: sbatte fuori i gallesi, poi l’OFI Creta, quindi lo Sporting Lisbona. Al Comunale è 2-0, reti di Nicolini e Cantarutti. A Lisbona segna ancora Cantarutti. Bergamo entra in semifinale e non può semplicemente crederci.
Ad aprile l’Atalanta è l’unica squadra italiana ancora in corsa nelle coppe europee. Un fatto politico, prima ancora che sportivo. In semifinale c’è il Malines. In Belgio finisce 2-1, partita vera. Il ritorno, il 20 aprile 1988, si gioca in uno stadio esaurito da settimane. La città intera è lì. Vince ancora il Malines, 2-1. L’epopea si ferma qui, ma il senso resta.
Bortolotti osserva tutto da lontano. Non ama il palcoscenico. È schivo, riservato, un volto da attore che si illumina solo quando sorride. Costruisce una società solida, rilancia il vivaio, inventa il presidente-manager prima che diventi una formula.
La sua ultima stagione, quella del 1989-90, è la conferma di una filosofia improntata alla crescita: sesto posto, 36 punti, seconda qualificazione consecutiva in Coppa UEFA. In attacco risplendono Caniggia ed Evair, coppia capace di far detonare sogni. Caniggia chiude a dieci gol. L’Atalanta esce subito in Europa, inciampa in Coppa Italia contro il Milan in una partita segnata da un episodio sportivamente lacerante. Ma la struttura tiene.
Poi irrompe quella notte traditrice ai bordi del lago. Bortolotti muore giovane, ma lascia qualcosa che sopravvive: l’idea che anche una città laterale possa diventare centrale.
Che il calcio possa assomigliare ad un affidabile progetto silenzioso. Una traversata che, in fondo, rammenta quella degli ultimi anni. Dalla Champions all’Europa League sollevata – c’è da giurarci – i tifosi della Dea devono aver sorriso pensando a Cesare.