La storia del tennis ama crogiolarsi nell’illusione di certe date che sembrano promesse. Il 25 settembre 1992, a Las Vegas, Jimmy Connors e Martina Navratilova scendono in campo per una partita che pretenderebbe, quantomeno sulla carta, di riaprire la mitologica Battaglia dei Sessi. In realtà ne certifica l’esaurimento. Non con uno strappo clamoroso, ma con una vittoria ordinata, quasi burocratica, che archivia un’epoca senza bisogno di polemiche. E getta un velo opaco su un incontro alimentato da appetiti economici, più che da luminosi ideali. I giornali, intanto, la battezzano come la Battle of Champions.
Se vince Martina, il copione è già srotolato: una nuova epopea, titoli cubitali, il racconto di un’altra crepa che si allarga nel muro delle disuguaglianze. Ma Martina non vince. Connors governa il match, lo piega ai propri ritmi, lo chiude in due set. E la sfida, invece di diventare simbolo di cambiamento, si riduce ad asettico evento. Ben confezionato, ben pagato – mezzo milione di dollari a testa, più mezzo milione aggiuntivo a chi vince - rapidamente consumato.
Quanto appare distante il 1973. Era l’anno in cui Billie Jean King affrontava Bobby Riggs e il campo centrale si trasformava in una piazza politica. Diciannove stagioni dopo, non succede affatto. La politica è già uscita a gambe levate dallo stadio. Le battaglie femministe hanno trovato altre sedi, il tennis femminile ha una dignità autonoma, non chiede più legittimazioni simboliche. Questa partita nasce senza alcuna missione specifica, se non quella di intrattenere.
Connors ha quarant’anni, la classifica lo ha respinto brutalmente ai margini, ma l’istinto resta affilato. Navratilova è una monumentale certezza del tennis moderno, ancora competitiva, ancora dominante nel suo circuito, i gomiti stabilmente conficcati nella Top Five. Le regole pensate per il match cercano di edificare un equilibrio artificiale: campo più largo per lei, servizio ridotto per lui. Sulla carta parrebbe una condizione di sufficiente equità. Sul campo la storia si annoda in modo differente.
Martina avverte il peso dell’attesa. Ogni colpo sembra caricato di un significato che va oltre il punto. Connors no. Lui gioca fluido. Corre, spinge, accetta il rischio. Vince 7-5 6-2, in scioltezza, pur al netto di un incipit tentennante. Fa semplicemente quel che ha sempre fatto.
Anni dopo si scopre – per sua ammissione - che ha scommesso un milione di dollari su se stesso. Non è un dettaglio pittoresco, ma la sintesi esauriente della serata. Del resto, Las Vegas non è un fondale neutro, ma il vero regista della situazione. Qui lo sport parla il dialetto dell’azzardo, del calcolo, dell’intrattenimento a pagamento. Sugli spalti spunta anche Bobby Riggs, reliquia inquieta della prima Battle, che osserva nevrotico dalla postazione dei commentatori: si scoprirà che anche lui ha avuto l’insolenza di puntare una cifra su Jimmy, come del resto aveva fatto sulla sua sconfitta, anni prima.
Quando la contesa termina, quel che resta è una sensazione diffusa di stanchezza. Navratilova lo ammette: la preparazione è stata più dura della partita. Ha dovuto allenarsi contro gli uomini e ogni pallina ha pesato in modo diverso. Questa sfida l’ha prosciugata ancor prima di iniziare. Un carico emotivo che non promette liberazione alcuna.
Da quel momento, il filone si esaurisce. Qualche provocazione, molte dissertazioni sterili. Nessuna vera eredità. La "battaglia dei sessi" smette di essere un orizzonte possibile e diventa un esercizio di nostalgia.
Di recente la trama è riemersa in forma ridotta, quasi ironica. Quando Nick Kyrgios incrocia Aryna Sabalenka in una sfida esibizione, il pubblico sorride, i social si accendono, ma nessuno parla di rivoluzione. È un gioco, un diversivo, una trovata dal sapido retrogusto mediatico. Kyrgios scherza, Sabalenka risponde con potenza. Il campo è nulla più che un riflettore.
Connors-Navratilova – molti anni prima - si consuma nel passaggio tra due epoche: una che pretende ancora simboli di riscatto e un’altra che li considera superflui.
Il match però diventa un’avida abbuffata, e le cose non cambiano affatto.Nel 1992 Las Vegas incassa il suo tributo, spegne le luci e passa al prossimo spettacolo.