«Così noi italiani conviviamo con la furia integralista»

Bala Baluk (base Tobruk)Per gli amici è semplicemente Ringhio. Il nome del suo protettore non è sul calendario. Lui lo chiama santo Lince ed è il suo vero angelo custode, una corazza da 12 tonnellate con quattro ruote diventata dal 27 giugno la sua grande fede. Quando te lo racconta il caporal maggiore capo Carlo Aringhieri, 34 anni, cambia tono ed espressione. «L'esplosione di una Ied, di una trappola esplosiva, non te la scordi. L'ho impressa nel cervello. Senti il Lince impennarsi sfuggirti di mano, il soffio d'un gigante nelle orecchie, un boato sordo seguito da un silenzio senza fine. Poi è come risvegliarsi nella pioggia, uno scroscio di detriti, pneumatici, sassi e kerosene, un odore di zolfo nelle narici, il sapore del carburante nella gola e in fondo al cuore la grande paura. Dura un attimo, mi tocco gambe, mani petto, mi sento tutto intero, stringo la mano al mio autista, siamo ancora lì, ma dov'è il mitragliere? Sento le sue urla, grida “la schiena la schiena”. Mi volto, me l'immagino schiacciato nella botola invece è lì. Luca gli tiene le gambe lo pizzica, mi rassicura “Si muove è a posto...” in quel momento penso al miracolo, da quel giorno il nostro blindato lo chiamo santo Lince, è il mio grande protettore, quello che ogni giorno mi dà la forza di continuare ad uscire».
Anche dentro ad una corazza da 12 tonnellate nulla è garantito. I Grifi, i paracadutisti della Sesta compagnia dal motto «Impavidi ma bestiali», lo sanno bene. In cinque mesi di missione in questa base circondata da villaggi e roccheforti talebani nel nord della provincia di Farah non si sono fatti mancare niente. «Qui - racconta il loro comandante, capitano Gianluca Simonelli, accompagnandoti lungo i 140 metri per 40 ritagliati dentro un ex aeroporto sovietico e ribattezzati base Tobruk, ci siamo presi sette bombardamenti a colpi di razzi, abbiamo avuto due equipaggi saltati su trappole esplosive e siamo usciti vivi, seppur con una decina di feriti, da almeno due grosse battaglie. Per sopravvivere alle trappole degli insorti abbiamo dovuto fare ricorso a tutto l'addestramento a tutte le armi, a tutto il coraggio». Il primo di quelle due battaglie per la pelle è un film stampato nella mente del caporal maggiore scelto Angelo Dorrisi, 30 anni, padre di un bimbo nato un mese fa. «È l'11 giugno, siamo fermi tutti in fila sulla 517, la strada dove un mese dopo uccideranno Alessandro Di Lisio, siamo davanti alla guarnigione di Shewan quando un razzo colpisce un pick up dell'esercito afghano. Li vediamo schizzare in aria come birilli, ricadere a pezzi. Poi è l'inferno, siamo in campo aperto, bloccati. Alla radio è il caos. Qualcuno urla attenzione a destra, qualcun altro occhio a sinistra, infine una voce urla “sono ovunque, sono da tutte le parti”. Di quei momenti ricordo un talebano vestito di nero, è dietro un muretto di fango a 30 metri da me, si sporge come in un videogioco, punta il mio mezzo, mi scarica addosso il caricatore. È un incubo, se chiudo gli occhi torno a rivederlo».
Sul Lince del sergente Stefano Taggiasco 31 anni, ligure d'Imperia una bomba di mortaio colpisce la parte posteriore, esplode tra il bagagliaio non blindato e la ruota di scorta, investe il mitragliatore caporale Tommaso Angelini. Stefano, rintronato, ordina di muoversi. Il 24enne primo caporal maggiore Fabio Saggiu non crede alle proprie orecchie. «Giro la testa, cerco Tommaso, a terra, dietro a noi c'è un cadavere, brandelli di carne nella polvere. Penso a Tommaso. Se è morto, mi dico, perché lo lasciamo lì? La scena è come un dvd impazzito. L'attimo un’eternità che si succede a scatti. Riguardo quei resti, mi dico perché? Mi risveglia la voce del sergente. Strilla nella radio, ulula disperato “Il rallista ha perso la mano”. L'urlo fa il giro dei mezzi. «È il momento più brutto, senti che i tuoi compagni sono feriti e ti sembra d'impazzire - ammette il caporal maggiore Giovanni Piacente che quel giorno è con Angelo Dorrisi - vorresti uscir fuori, informarti, ma per salvare te e gli altri devi rimanere gelido, glaciale, eseguire gli ordini, comportarti come in un addestramento». Fabio intanto si rigira. «Finalmente capisco, quel corpo non è di Tommaso... è di un soldato afghano, ho pena per lui, ma intanto ringrazio il cielo. Poi penso all'urlo del sergente, guardo Tommaso, ha una mano insanguinata, tagliata a metà da una scheggia, ma è ancora attaccata e lui è con noi. Allora mi tranquillizzo, allora ritorno a vivere. Siamo tutti insieme tutti uniti uno per tutti, tutti per uno».

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