«Così sono entrato nell’ospedale di Sharon»

Kadima decide se candidare alle elezioni il premier che secondo i medici «muove gli occhi e una mano su richiesta». Ma per la stampa non esiste più

Luciano Gulli

nostro inviato

a Gerusalemme

I media lo hanno dimenticato, come fosse scattata una sorta di congiura del silenzio. Non un rigo, non uno straccio di bollettino medico, neppure una notiziola abbandonata alla deriva nelle pagine interne. Risucchiato dai gorghi del tubo catodico risulta anche Shlomo Mor Yosef, il direttore dell'ospedale che si affacciava tre volte al giorno dagli schermi della Tv per annunciare al mondo che le condizioni del grande malato erano «critiche ma stabili». Tranne quella volta che disse della mano e della gamba destra, che si erano mosse impercettibilmente, e questo naturalmente faceva ben sperare, eccetera.
Da quasi due settimane, per i giornali e la Tv israeliani, Ariel Sharon non c'è più. Sparito. Missing. Solo oggi, risvegliandosi dal coma mediatico in cui era sprofondato, il secondo canale della Tv ha comunicato che il premier, in coma dal 4 gennaio scorso dopo la devastante emorragia che lo ha fulminato, «muove gli occhi e una delle mani su richiesta dei medici». E che questo, secondo i medici, «è un segnale positivo».
Alle 3 del pomeriggio, quando l'ospedale Hadassah apre per le visite dei parenti, un cronista italiano si infila in uno degli ascensori, diretto al settimo piano. Arrivare fin qui non gli è stato difficile. Superato il metal detector a pianterreno (ma uno di quei detector capaci di intercettare anche una spilla da balia) ha avuto via libera da un ragazzotto dell'«information desk» che prima di sera passerà un guaio. Ma avendo saputo che il cronista viene da Milano, la città del «Milan A.C.» e dell'«Inter F.C», si è intenerito alquanto. E pur avendo mangiato la foglia, sentendo dire che il visitatore intendeva incontrare il professor Felix Umansky, capo dell'equipe che ha operato Sharon, ha detto: «Vada pure. Questo è un Paese libero».
È qui dunque, al settimo piano, in fondo al corridoio rivestito di linoleum giallino, prima della svolta a destra che conduce al «Centro trapianti di rene» (messo in piedi grazie alla munificenza della famiglia di David e Aurelia Gold, di Vancouver, Canada) che si apre il reparto di neurochirurgia. Ed è qui, proprio all'ingresso del reparto, che i servizi di sicurezza del primo ministro hanno piazzato un séparé bianco, chiuso su tre lati. L'unico pertugio aperto è presidiato da tre uomini in blu e da una ragazza bionda che ha i capelli fermati sulla nuca da un fermaglio rosa. Tutti e quattro hanno un auricolare con un cavetto bianco attorcigliato che gli s'infila giù per il collo e una pistola discretamente dissimulata sotto la giacca. Due tavolini servono per depositarvi borse, zainetti, cartocci di fiori che vengono passati al pettine fitto. Il capo del quartetto, uno tosto con i capelli tagliati a zero, mi guarda come se avessi fatto un grosso sbaglio nella vita. «Ha un appuntamento con qualche medico?» domanda scettico. No, confesso. Il tipo infila una serie di consonanti e di gutturali in un bottone che ha appeso al bavero della giacca. Tre, quattro parole magiche che hanno il potere di rianimare tutti gli addetti alla sicurezza del piano, che prendono a guardarmi come una carogna, pronti a scattare se solo mi azzardo a grattarmi un orecchio. «Passaporto», intima il tipo, tuffandosi tra le pagine del documento come se stesse decrittando un rotolo del Mar Morto. Sono tutti questi visti pachistani, e iracheni, e afghani che non gli piacciono. Mi passa in consegna alla ragazza, che dev'essere una specialista del terzo grado. Al passaporto stavolta aggiungo anche l'accredito rilasciatomi dall'ufficio stampa del governo, con la sua stella di David regolamentare e il candelabro a sette braccia. Mi sento a cavallo. Ma ci vorranno venti minuti buoni prima di poter riguadagnare l'ascensore. Comincia l'interrogatorio. Qual è la testata del giornale per cui lavoro, e in che albergo sto, e dove ho trovato il tassista che mi ha accompagnato, e se avevo preso preventivamente un appuntamento con lui, e quando sono arrivato in Israele, e da dove, e se è la prima volta che ci vengo, e se no quante altre volte prima, e se sono stato nei Territori occupati, e quando, e se conosco qualcuno laggiù. Il resto delle domande (un'altra settantina) sono sulla falsariga. Ok, non sono un sicario, sembrano dire alla fine gli occhi della ragazza che mi restituisce i documenti.
Avere altre informazioni è impossibile. Il professor Umansky non riceve. Il suo vice, Josè Cohen, tampoco. Il direttore dell'ospedale, Mor Yosef, è in riunione. E non ha in programma di vedere giornalisti. All'interno 6220 la portavoce della direzione, la signora Bosem Levi, dice che non può ricevermi, e che tutto quel che può dire è che le condizioni di Ariel Sharon sono «gravi ma stabili». Punto.
Domando se qualcuno è più venuto negli ultimi dieci giorni a chiedere notizie del premier. Silenzio. Le vere condizioni di salute di Sharon sembrano diventate un segreto di Stato.
Sulla via del ritorno dall'Hadassah, il tassista accende la radio. Musica. Poi notizie. La prima è che Kadima, il partito fondato da Sharon, deve decidere in queste ore se candidare il premier alle elezioni di marzo. E poiché il premier «muove gli occhi e una delle mani», ancorché su richiesta dei medici, chissà...

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