L'impronta dell'assassino e quella combinazione particolare di minuzie che inchioda Andrea Sempio per l'omicidio di Chiara Poggi.
Un cluster così distintivo che si riproduce ancora perfettamente dopo 18 anni e che aumenta il valore identificativo dell'impronta 33, rendendo così impraticabile il tentativo della difesa di smontare l'attribuibilità di quelle 15 minuzie al palmo della mano destra di Sempio. A certificare la combinazione peculiare dei quattro punti che formano il cluster identificativo sono i consulenti dattiloscopici della Procura di Pavia, il tenente colonnello del Ris Gianpaolo Iuliano e il criminalista Nicola Caprioli, i due esperti che, a poche settimane dalla riapertura dell'inchiesta su Garlasco, collegarono quella manata sul muro con l'impronta della mano destra di Sempio. A seguito delle controdeduzioni dei dattiloscopisti della famiglia Poggi e di quelli del nuovo indagato - non prive di attacchi personali ai due esperti accusati perfino di aver scambiato segni nel muro con minuzie - Iuliano e Caprioli hanno prodotto un'integrazione per rispondere alle obiezioni delle controparti ed evidenziare l'elevato valore identificativo garantito dalla combinazione delle minuzie 6, 7, 8 e 9 che per gli inquirenti consente di superare la soglia minima di 16-17 punti, stabiliti dalla Cassazione per considerare certa la paternità di un'impronta.
Contro quel cluster si sono concentrate le critiche dei consulenti dei Poggi che accusavano gli esperti dei pm di aver invertito l'ordine dell'osservazione, partendo dall'impronta assunta dal sospettato e individuando sulla 33 delle minuzie corrispondenti, e di aver erroneamente considerato come minuzie i punti 6,7,8 e 9 «appena visibili sul frammento e dovuti ad una pieghetta cutanea sul palmo di Sempio». Valutazioni bollate come «non condivisibili», dal procuratore aggiunto Stefano Civardi, che ha evidenziato «l'infondatezza delle osservazioni svolte dai tecnici della difesa dei prossimi congiunti della vittima». Giuliano e Caprioli, nella nota tecnica depositata il 4 marzo 2026 sottolineano che «già questi CCTT alla pag.27 del proprio elaborato identificavano i punti 6,7,8 e 9 come un cluster di minuzie, ovvero una combinazione particolare di minuzie che ne fa aumentare il valore identificativo delle stesse. In linea generale, infatti, bisogna considerare che una minuzia potrebbe non riprodursi sempre, sia nel caso di frammenti papillari sia nei cartellini di confronto e tale affermazione è ancora più vera per i punti caratteristici in corrispondenza delle pieghe cutanee». Proprio per superare qualsiasi possibilità di errore, Sempio era stato richiamato, ad aprile scorso, per acquisire le impronte palmari con il metodo dell'inchiostro, oltre a quello con il laser e «verificare la riproducibilità delle minuzie 6,7,8 e 9 che infatti si sono riprodotte sempre con tre tecniche differenti di evidenziazione/assunzione a conferma dell'affidabilità dei 4 punti selezionati», scrivono i dattiloscopisti dei pm. Insomma, per gli inquirenti nessun dubbio che l'impronta 33 sia di Sempio. E nemmeno che sia stata lasciata il giorno del delitto dall'assassino. Gli approfondimenti hanno riportato alla luce la foto della parete prima che venisse spruzzata la ninidrina: la 33 si vedeva sul muro a occhio nudo, rispetto alle altre impronte risaltate solo dopo il trattamento. Non per nulla, fin da subito, quella manata fu considerata l'impronta del killer. E anche oggi lo è, per la Procura di Pavia.
Gli ufficiali del Ris che la osservarono dal vivo all'epoca sottolineano che «faceva senso, che sembrava lasciata da una mano bagnata», come dimostrano l'estensione e i cosiddetti satelliti, tipo schizzi, attorno alla manata, ma non di acqua o sudore. La 33, per l'accusa, è la mano di Sempio che si appoggia alla parete per guardare Chiara morire.