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Cronaca giudiziaria

Garlasco, quelle due richieste di ingresso a casa Poggi rifiutate a Garofano dalla pm. E la difesa di Stasi punta di nuovo sul dispenser del sapone

Il generale chiese di entrare nella villetta dell’omicidio il 3 e l’8 settembre ma, in entrambi i casi, la pm ha negato il permesso, non essendo stato lui l’incaricato della procura. Sul dispenser “Altre impronte digitali che, oggi, potrebbero essere analizzate e attribuite”

“Dentro 'l’enigma di Garlasco'. Così il movente aiuta a comprendere”

Continua l’analisi degli atti raccolti dai pm di Pavia sul caso dell’omicidio di Chiara Poggi, da cui potrebbero nascere anche nuovi filoni secondari relativi alle indagini condotte nel 2007. Nell’ultima chiusura indagini depositata lo scorso settembre, infatti, sono stati inseriti alcuni faldoni che i procuratori hanno recuperato nella sede dei Ris di Parma, che contengono documentazione mai finita agli atti, una fattispecie molto particolare e non consueta, oltre che irregolare, che ha fatto accendere un faro sul lavoro svolto all’epoca dal Reparto Investigazioni Scientifiche dell’Arma dei Carabinieri.

Dagli atti raccolti dai pm di Pavia nel filone dell’inchiesta sull’operato del Ris, che è parallela a quella appena chiusa nei confronti di Andrea Sempio, indagato per l’omicidio, è emerso che Luciano Garofano, che nel 2007 era comandante dei Ris di Parma, ha chiesto partecipare come “osservatore” a due dei sopralluoghi nella villetta di Garlasco ma non ricevette l’autorizzazione della pm di Vigevano, Rosa Muscio, allora titolare dell’indagine con il procuratore, Alfonso Lauro. Garofano, infatti, per quanto fosse il comandante, non era stato nominato consulente della procura e, quindi, in quel caso non aveva titolo a partecipare. La prima richiesta è stata inoltrata il 3 settembre 2007, spiegando che le “difese interpellate nulla ostano” alla sua presenza, ma è stata rigettata dalla pm.

La seconda, invece, è dell’8 settembre dello stesso anno e l’attuale generale in pensione chiese di presenziare in qualità di “comandante del reparto” e “ufficiale di pg”. Ma anche in questo caso non ottenne l’autorizzazione e il pm non accolse la sua richiesta in quanto si trattava di “attività che si inserisce nell’ambito degli accertamenti tecnici irripetibili disposti da queste pm” a cui potevano partecipare solo “i difensori delle parti e i loro consulenti” e che la difesa dell’indagato, allora rappresentata dagli avvocati Giovanni ed Eleonora Lucido, padre e figlia, tramite una memoria, aveva “manifestato la volontà di non consentire” di partecipare al sopralluogo a persone diverse rispetto chi era stato nominato dal pubblico ministero come consulente o chi era legittimato dal codice, “riservandosi di far valere l’invalidità delle operazioni, in caso contrario”.

Proprio in relazione alle indagini scientifiche che sono state condotte nel 2007 ci sarebbero ulteriori dettagli che potrebbero influire sulla definizione del caso, in quanto ci sarebbero, sul dispenser del bagno in cui si sarebbe recato l’assassino dopo l’omicidio, anche altre impronte digitali oltre a quelle di Alberto Stasi, “che, oggi, potrebbero essere analizzate e attribuite”. Lo spiega la difesa dell’unico condannato fino a questo momento per l’omicidio, chiedendo “di disporre specifici accertamenti anche su questo reperto”. Queste, ritenute dal Ris di Parma non utili ad alcuna comparazione, “non venivano riportate/elencate” nella loro relazione dattiloscopica e non avendo a disposizione le fotografie scattate sul reperto, “non ci si era mai accorti che la situazione fosse ben differente da quella paventata dall’accusa”, si legge in una memoria difensiva dell’agosto 2025, degli avvocati Giada Bocellari e Antonio de Rensis, tra gli atti della chiusura indagine. Questo è uno degli indizi su cui si regge la condanna di Stasi.

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