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Cronaca giudiziaria

I tre Dna e l’Appunto 21. I misteri di un delitto mai chiarito per davvero

La condanna di Pino la Rana faceva comodo a molti. La Fallaci sollevò dubbi. La pista mafiosa

Intellettuale Pier Paolo Pasolini (1922-1975)

Cinquantun anni dopo la notte dell’Idroscalo, la Procura di Roma riapre il fascicolo sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini. Nella notte tra l’uno e il due novembre 1975, a Ostia, il poeta veniva brutalmente assassinato prima a colpi di bastone e poi investito dalla propria automobile guidata dall’assassino ufficiale e reo confesso, Pino Pelosi detto la Rana. Fu subito chiaro che l’omicidio di Pasolini eccedeva la cronaca. La domanda non era solo chi ma anche perché in quel modo e in quel luogo. Le indagini presero subito una pessima piega, la scena del crimine fu contaminata, del resto perché scavare troppo? C’erano un colpevole e un movente, regolamento di conti tra omosessuali dopo una marchetta finita male. La vittima diventa responsabile del proprio vizio. L’assassino unico è sempre un ottimo capro espiatorio, la folla di solito è soddisfatta. Diciamolo pure col senno del poi: la ricostruzione che ha condannato il solo Pelosi fa acqua da tutte le parti. I conti tornavano solo a patto di non farli. Anche perché Pelosi era gracile ma non ingenuo, eppure si inchiodò da solo, segnalando agli inquirenti la presenza del proprio anello accanto al corpo di Pasolini e firmando una confessione che sembrava scritta apposta per chiudere il caso.

Ora gli inquirenti ripartono da tre profili genetici senza nome, estratti dai reperti conservati al Museo criminologico, tra cui un plantare attribuito agli aggressori. Tre Dna: il numero è già il primo mistero giudiziario. Infatti, la sentenza di primo grado, firmata da Alfredo Carlo Moro, condannò Pino Pelosi «in concorso con ignoti», per la precisione almeno due. L’Appello cancellò gli ignoti e la Cassazione confermò: un diciassettenne gracile, quasi senza muscoli addosso, aveva massacrato un uomo ancora atletico e gli era passato sopra con l’Alfa. Trent’anni dopo Pelosi ritrattò, raccontando di sconosciuti che parlavano con accento siciliano. Un dettaglio che era entrato subito nell’inchiesta ma non quella della procura. Quella di Oriana Fallaci sull’Europeo. Non erano disabitate le baracche intorno al campetto da calcio dove si consumò la tragedia. Qualcuno aveva sentito le urla e un insulto in siciliano: «Jarruso» (frocio in catanese). Il giudice convocò la giornalista, Oriana si rifiutò di rivelare le fonti e venne incredibilmente condannata. Quanto al plantare, era già entrato e uscito dal processo, nonostante fosse adatto a scarpe ben diverse da quelle che indossavano Pelosi e Pasolini.

Poi c’è Petrolio. Pasolini lavorava a un romanzo sterminato in cui Eugenio Cefis diventa Aldo Troya e la morte di Enrico Mattei si fa peccato originale della Repubblica. Si è favoleggiato a lungo dell’Appunto 21, «Lampi sull’Eni», di cui resta l’annuncio, e di un furto in casa Pasolini mai dimostrato; nel 2010 Marcello Dell’Utri disse di averlo visto, e il capitolo svanì una seconda volta. Ora entrano nell’istanza le parole di Maurizio Abbatino all’Antimafia: quella notte Pasolini sarebbe andato a riscattare le pizze di Salò che gli erano state sottratte. Un’esca, non un’avventura. La pista mafiosa chiude il cerchio. Mattei precipitò a Bascapè nel 1962, e l’inchiesta di Vincenzo Calia ha accertato il sabotaggio dell’aereo. Mauro De Mauro, cronista dell’Ora, sparì a Palermo nel 1970 mentre ricostruiva per Francesco Rosi le ultime ore siciliane di Mattei. Chi aveva già fatto tacere un uomo avrebbe avuto buone ragioni per fermarne un secondo per lo stesso segreto. D’altronde è noto che Pasolini avesse frequentazioni catanesi, e che facesse domande sulla fine di Mattei, per Petrolio, in una putìa (osteria) dove si riunivano giovani militari di leva, ma anche picchiatori e criminali assortiti.

Da dove era decollato l’aereo di Mattei? Guarda un po’, da Catania.

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