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"Qui troppi morti". Dieci anni di disastri nell'ospedale del cuore "bruciato"

L'audit del centro nazionale trapianti: boom di decessi nella chirurgia pediatrica

"Qui troppi morti". Dieci anni di disastri nell'ospedale del cuore "bruciato"
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Sono cominciate le proceìdure per il fine vita del bimbo di Napoli al quale è stato trapiantato un cuore danneggiato. Non si tratta di eutanasia - ha specificato il legale della famiglia - ma di una terapia per alleviare le sofferenze. Oggi i medici dell'ospedale Monaldi pianificheranno il percorso terapeutico antidolore.

La catena di errori che ha ridotto il piccolo Domenico in fin di vita è avvenuta in un contesto che ha alle spalle già parecchie ombre. Non solo la morte di due anni fa della Piccola Pamela, attaccata a un cuore artificiale in attesa di un trapianto e colpita da un'infezione. Gli ultimi 12 anni del reparto di cardiochirurgia pediatrica dell'ospedale Monaldi di Napoli hanno collezionato casi allarmanti, troppi. A cominciare dall'anno nero per eccellenza, il 2014: in quel periodo la terapia intensiva neonatale è stata colpita da un'infezione batterica da Serratia marcescens a causa della quale sono deceduti vari neonati. E in quei mesi tutti i bambini trapiantati sono morti, tranne uno. E pensare che solo l'anno prima la sopravvivenza dei pazienti a un anno dall'intervento era del 92,3% e il numero di operazioni era secondo solo al Bambino Gesù di Roma. I numeri hanno spinto il Centro nazionale trapianti nel 2016 a chiudere le sale operatorie, sospendere le attività pediatriche e limitarle all'assistenza pre e post trapianto.

Nel 2018 il Ministero della Salute ha inviato ispettori e Nas nel reparto. Sono emersi vari problemi: la mala organizzazione, i posti letto scarsi, il personale assente, la mancanza di percorsi protetti per evitare le infezioni dopo gli interventi. Pochi mesi prima della sospensione delle operazioni, l'ex responsabile dei trapianti pediatrici Giuseppe Caianiello aveva chiesto di andare in prepensionamento, in polemica con la carenza di uomini e mezzi. A prendere il suo posto è stato proprio il cardiochirurgo Guido Oppido, «dato in prestito» dal Malpighi di Bologna: lo stesso Oppido che ora è tra gli indagati nell'inchiesta della Procura di Napoli sul trapianto fallito del piccolo Domenico.

I pm che stanno indagando sul caso del cuore «bruciato» già conoscevano il cardiochirurgo: nel 2023 è stato iscritto nel fascicolo aperto per omicidio colposo per la morte del piccolo Claudio. Il bambino, nato con un soffio al cuore, sarebbe stato operato solo tre mesi e mezzo dopo la nascita. Un ritardo rivelatosi fatale, causato anche dalla chiusura, nel reparto di neonatologia del Monaldi, della sala operatoria e della terapia intensiva. Il bimbo fu ricoverato nella terapia intensiva per adulti, ed è lì che ha avuto la crisi che l'ha portato alla morte.

Anche nel 2016, poco dopo il suo arrivo al Monaldi, Oppido fu indagato per la morte di Irene, una bimba di tre anni, trapiantata: in base alla denuncia sembra sia stata dimessa sottovalutando la sua febbre alta e l'elevata frequenza cardiaca ed ebbe una crisi di rigetto mortale. Il medico (che ottenne il non luogo a procedere) in quel caso esplose, indignato per le condizioni in cui si trovava a lavorare. «Mi sento vittima - dichiarò - di precarietà sanitaria». E in effetti a fare da sottofondo a ogni indagine c'è la mala organizzazione ospedaliera. Che, nel 2023, diventa anche oggetto di uno scontro in Regione Campania in occasione del rinnovo dell'autorizzazione al programma regionale trapianti, sia negli adulti che nei bambini (concesso al Monaldi nel 2019 e ripartito effettivamente in pieno Covid). Le consigliere Carmela Rescigno (Lega) e Valeria Ciarambino (5 Stelle), assieme alle associazioni dei parenti dei trapiantati, denunciano carenze «di struttura» rimaste irrisolte: «La terapia intensiva pediatrica si trova nell'ala opposta rispetto alla sala operatoria, non ci sono percorsi protetti per il trasferimento dei soggetti fragili dopo il trapianto».

Un reparto a luci e ombre, come sintetizza bene anche la lettera aperta che il comitato dei genitori dei bimbi trapiantati, rappresentato da Dafne Palmieri, scrive alla direttrice Anna Iervolino: «Ricordi di essere madre» le viene chiesto. «Siamo testimoni di come questa esperienza sanitaria abbia portato grandissimi risultati ma di come poi, anno dopo anno, sia stata impoverita, smantellata e portataci via, pezzo dopo pezzo, nonostante le nostre proteste.

Giunti al 2026, siamo testimoni del fatto che i trapianti pediatrici a Napoli non ci sono più e che tanti sono stati costretti ad emigrare, loro malgrado, verso altre regioni. Neanche la storia terribile della piccola Pamela è bastata per comprendere che le cose non stavano funzionando. E ora Domenico».

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