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Cronaca giudiziaria

Ricina, pista passionale. Di Vita l'obiettivo

I tre sospettati (l’amica, suo marito, la cugina) e l’ipotesi che fosse Michele il vero obiettivo. Cinque gli scenari possibili

Perquisizioni Gianni Di Vita, padre e marito delle due donne morte a dicembre scorso per avvelenamento da ricina, il giorno in cui è stato portato in Questura

Delitti alla ricina, perquisizioni a tappeto nelle scuole di Campobasso. Ieri è stata la volta dell’istituto agrario di Riccia, dove Michele, marito della prof di matematica amica di Gianni Di Vita, è tecnico di laboratorio. Scientifica e squadra mobile hanno fatto le copie forensi dei pc. Si cerca sempre la stessa parola chiave, usata nel dark web per acquistare il veleno che ha ucciso la 50enne Antonella Di Ielsi e la figlia Sara, 15 anni: ricina. Ma il decreto di sequestro firmato dal pm della Procura di Larino, Elvira Antonelli, riguarda anche altre scuole. Come il liceo scientifico dove insegnava la moglie Monia, amica dei Di Vita. Poi si procede al liceo dove studiavano le figlie del commercialista, la 15enne assassinata e la sorella maggiore Alice, 18 anni, assente al cenone maledetto. E domani verrà setacciato l’istituto Di Lalla di Casacalenda, dove lavora Laura Di Vita, cugina di Gianni, insegnante di sostegno.

Il quadro è completo. Chi fra questi è il killer e qual era il suo obiettivo? Primo scenario. Qualcuno in una di queste scuole ha cercato e acquistato i semi di ricina. Non solo. Avrebbe chiesto spiegazioni su come sintetizzare la sostanza tossica e somministrarla alla sua vittima. È Laura Di Vita che, presa più volte a verbale, giura e spergiura di non sapere nulla dei dissidi interni alla famiglia del cugino? Dichiarazioni smentite dalle chat trovate nei quattro cellulari dei Di Vita. Perché avrebbe mentito? Si pensa abbia voluto sciogliere eventuali dubbi sul ruolo di Gianni, unico a non aver assunto la sostanza tossica. Ma non è detto.

Secondo scenario. È Monia, amica di vecchia data di Gianni, che non aveva buoni rapporti con Antonella? Il suo obiettivo sarebbe stato, sempre nel campo delle ipotesi, la moglie dell’amico. Ovvero un delitto passionale, come ipotizza la Procura. La morte di Sara, a questo punto potrebbe esser stata «solo» un incidente di percorso, a meno che non si voglia pensare che l’assassino volesse eliminare sia la madre sia le due figlie. L’uscita improvvisa di Alice, a cena fuori quel 24 dicembre, non era prevista e ciò le avrebbe salvato la vita.

Terza situazione possibile: il killer sarebbe Michele, marito di Monia. Stesso movente, passionale. L’uomo sarebbe stato geloso del rapporto fra Gianni e la moglie, tanto da studiare un piano per ucciderlo. Ma qualcosa non torna. Proprio Gianni, obiettivo numero uno dell’assassino, è l’unico dei tre a non aver assunto la ricina. Possibile un errore così surreale quanto drammatico?

Quattro. C’è poi Gianni, commercialista ed ex primo cittadino del paese, stanco di una situazione insostenibile. La moglie di concedere il divorzio non ne voleva sapere, nonostante il matrimonio facesse acqua da tutte le parti. Del resto, nonostante anche lui abbia accusato dolori lancinanti, non aveva ricina nel sangue. La morte della figlia minore sarebbe stata anche qui un tragico errore. C’è poi la storia del libro sequestrato nel suo studio, Tiro al Piccione di Giove Rimanelli. Una storia, come racconta Il Corriere della Sera, incentrata su un amore conteso fra due donne. Sarà un caso ma il libro viene presentato proprio all’istituto Di Lalla un mese prima della strage. Di Vita ne aveva sottolineato alcuni passaggi, ritenuti «interessanti» dalla squadra mobile.

Infine c’è Alice Di Vita. La 18enne era all’ultimo anno del liceo classico quando qualcuno avrebbe acquistato, usando i pc della sua scuola, la ricina.