La pista nera delle stragi di mafia non è chiusa. La procura di Caltanissetta continua a indagare sui possibili collegamenti tra Cosa nostra, ambienti dell’eversione di destra, massoneria e apparati di sicurezza. Gli investigatori stanno acquisendo nuovi documenti sugli 007 militari del vecchio Sismi, sul cosiddetto Super-Sismi e su Gladio. E devono ancora approfondire la posizione di Paolo Bellini, l’ex esponente di Avanguardia Nazionale già condannato definitivamente per la strage di Bologna.
A trentaquattro anni dagli attentati che uccisero Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, è il procuratore Salvatore De Luca a confermare che la ricerca di eventuali concorrenti esterni prosegue. Lo ha fatto il 20 ottobre davanti alla Commissione parlamentare antimafia, dopo che la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della sua procura contro l’ordinanza con la quale il gip Graziella Luparello aveva disposto ulteriori indagini sulla strage di via D’Amelio, in particolare sulla pista nera.
La decisione della Suprema Corte non accerta l’esistenza di mandanti occulti. Non attribuisce responsabilità a uomini dei servizi o della destra eversiva. Lascia però ferma l’ordinanza del giudice che aveva respinto la richiesta di archiviazione, ritenendo necessari nuovi approfondimenti.
E soprattutto impone di tornare su una serie di circostanze rimaste senza una spiegazione giudiziariamente accertata: gli spostamenti di Bellini nei giorni della strage di Capaci, i rapporti tra personaggi della destra eversiva e ambienti mafiosi, la possibile circolazione di informazioni riservate, la provenienza degli esplosivi e alcuni documenti investigativi scomparsi.
La procura aveva sostenuto che il gip fosse andato oltre i propri poteri, indicando accertamenti troppo specifici e interferendo con altri fascicoli. La Cassazione ha escluso che il provvedimento presentasse il carattere di abnormità denunciato dai pubblici ministeri.
De Luca non nasconde le proprie perplessità. Ma davanti ai parlamentari riconosce che la decisione consente la massima ampiezza delle indagini e precisa che il contrasto con il gip riguarda soprattutto il metodo: mantenere aperto un unico procedimento oppure archiviare i singoli fascicoli e riaprirli quando emergano elementi nuovi.
Il procuratore sostiene che l’indicazione del giudice costituisce una direttiva di massima, non una delega vincolante. E annuncia gli accertamenti che il suo ufficio sta compiendo. «Stiamo acquisendo tutta una serie di carte sul Sismi, il Super-Sismi, Gladio», dice De Luca, spiegando che l’obiettivo è ricostruire il contesto nel quale maturarono le stragi.
È la prima novità concreta dell’audizione. Non una generica disponibilità a continuare a indagare, ma l’indicazione di attività documentali in corso. Il gip aveva chiesto verifiche sul Centro Scorpione di Trapani, sulla struttura Gladio, sui possibili rapporti con ambienti criminali siciliani e sui movimenti di persone già coinvolte in altre inchieste sull’eversione.
Tra queste c’è Bellini. De Luca riconosce che sulla sua posizione «c’è ancora tanto da fare». La procura aveva chiesto l’archiviazione di un distinto procedimento che lo riguardava per Capaci e via D’Amelio. La richiesta di nuovi accertamenti, però, mantiene aperta la verifica sul suo eventuale ruolo. Per il procuratore, allo stato degli elementi raccolti, era arrivato il momento di chiedere l’archiviazione. Il giudice ha scelto diversamente. E la Cassazione non ha fermato quella scelta.
C’è poi il tema dei moventi. De Luca rivendica l’importanza dell’inchiesta mafia-appalti. Cita il decreto del gip Santi Bologna, secondo il quale l’interesse di Falcone e Borsellino per gli intrecci tra criminalità organizzata, imprenditoria e gestione illecita degli appalti costituisce una concausa comune alle due stragi, non la loro causa esclusiva. Il procuratore insiste sulla distinzione. Mafia-appalti non esclude altri moventi. E l’indagine sui possibili collegamenti con la destra eversiva non viene abbandonata. È una concausa.
«Io non escludo la pista nera», ripete davanti alla Commissione. E precisa che le indagini proseguono anche sull’agenda rossa di Borsellino e sulla massoneria. La differenza riguarda il valore delle prove raccolte finora. Per De Luca, l’ipotesi generale di collegamenti tra mafia e destra eversiva conserva una propria ragionevolezza investigativa. È invece priva di consistenza, a suo giudizio, la specifica ricostruzione che attribuisce a Stefano Delle Chiaie un ruolo nella strage di Capaci sulla base delle dichiarazioni di Maria Romeo e dei presunti ricordi del collaboratore di giustizia Alberto Lo Cicero.
Il procuratore distingue espressamente i due piani. Non intende liquidare l’intera pista nera. Contesta una precisa indagine, quella condotta a Palermo e fondata su dichiarazioni che ritiene inattendibili. È qui che la vicenda torna al 1992. L’allora capitano dei carabinieri Gianfranco Cavallo aveva redatto un’informativa sulle possibili frequentazioni siciliane di Delle Chiaie. Il documento non era stato adeguatamente approfondito. Un controllo effettuato a Villa San Giovanni nel dicembre 1991 aveva registrato il passaggio dell’esponente neofascista insieme a Domenico Romeo, diretti verso Palermo. Quell’elemento non venne valorizzato tempestivamente. E negli anni successivi non furono ritrovati alcuni atti relativi alla gestione della segnalazione.
Il giudice Bologna, pur archiviando il procedimento contro ignoti sulla pista Delle Chiaie, ha riconosciuto le carenze delle indagini originarie. Il gip Luparello ha richiesto nuovi approfondimenti sulla gestione dell’informativa e sui documenti mancanti. De Luca sostiene che la ricerca della verità deve continuare. Ma avverte che il tempo ha cancellato molte possibilità di verifica. Testimoni deceduti, ricordi ormai compromessi, documentazione bancaria non più disponibile. Indagini che avrebbero dovuto essere compiute negli anni Novanta oggi non sono più ripetibili.
È una constatazione che pesa sull’intera vicenda. Perché la pista nera, dopo essere stata trascurata quando alcuni riscontri erano ancora possibili, è stata successivamente alimentata anche attraverso testimonianze che non hanno superato il vaglio giudiziario. Ed è proprio sull’attendibilità di quelle testimonianze che De Luca pronuncia le parole più dure. Il procuratore ricostruisce davanti all’antimafia i colloqui investigativi condotti nel 2007 da Gianfranco Donadio, allora magistrato della Direzione nazionale antimafia, con Alberto Lo Cicero. Il collaboratore era gravemente malato, sarebbe morto pochi mesi dopo. Aveva già fornito dichiarazioni giudicate inattendibili su diversi aspetti della propria storia criminale. Secondo De Luca, i racconti di Lo Cicero e Maria Romeo non soltanto sono privi di riscontri sufficienti. Sono incompatibili tra loro.
Il procuratore porta un esempio: l’attentato fallito contro Falcone all’Addaura, nel giugno 1989. Maria Romeo avrebbe indicato Lo Cicero come l’uomo che, indossando una muta da sub, avrebbe portato l’esplosivo sugli scogli in cui fu successivamente ritrovato. Lo Cicero, invece, raccontava di essersi limitato a osservare la zona insieme alla donna, senza partecipare al trasporto dell’esplosivo. Due versioni inconciliabili di uno stesso episodio. Le contraddizioni diventano ancora più rilevanti quando si arriva a Delle Chiaie. Lo Cicero avrebbe raccontato che l’esponente neofascista si era recato dal mafioso Mariano Tullio Troia per trasmettere la direttiva di assassinare l’eurodeputato dc Salvo Lima, Falcone e Borsellino. Ma De Luca richiama una circostanza: secondo lo stesso Lo Cicero, già prima del dicembre 1991 egli era stato emarginato dagli ambienti criminali che frequentava. E proprio nel dicembre di quell’anno qualcuno aveva tentato di ucciderlo. Come avrebbe potuto, allora, conoscere decisioni tanto riservate? È la domanda che il procuratore pone ai parlamentari. E che considera decisiva per misurare l’attendibilità del collaboratore.
Poi arriva l’accusa sul metodo di Donadio. «Le risposte sono state messe in bocca a Lo Cicero», sostiene De Luca, precisando di ritenere che il magistrato avesse agito in buona fede. Descrive colloqui nei quali il collaboratore ripete di non ricordare, non riconosce inizialmente i nomi che gli vengono proposti, finisce per aderire alle ricostruzioni formulate dall’interrogante. Il procuratore cita risposte come «Sì, quello che dice lei, dottore» e osserva che quelle modalità rischiano di compromettere il materiale probatorio. De Luca solleva anche un’altra questione. Se quelle dichiarazioni fossero state considerate davvero importanti, perché non furono trasmesse tempestivamente alla procura competente attraverso un atto di impulso investigativo?
Secondo quanto riferisce in commissione antimafia, nessuno della dna di allora ritennero che i colloqui offrissero elementi sufficienti per quel passaggio. Una scelta che il procuratore nisseno considera particolarmente significativa, anche perché Lo Cicero era gravemente malato e sarebbe morto poco dopo. Le dichiarazioni non furono così raccolte attraverso un successivo interrogatorio giudiziario che consentisse di sottoporle a verifiche e riscontri.
De Luca annuncia inoltre che la procura ha ottenuto il via libera alla diffusione integrale delle registrazioni e delle trascrizioni. I colloqui sono stati depositati nel procedimento che coinvolge Maria Romeo e l’ex carabiniere Walter Giustini, con avviso ai difensori. La documentazione è stata quindi trasmessa anche alla commissione antimafia. Il confronto parlamentare riserva un’altra contraddizione.
La senatrice Anna Bilotti ricorda che, in una precedente audizione, De Luca aveva parlato di presunte dichiarazioni di Lo Cicero che «non ci sono mai state». E contesta quella formulazione, richiamando una relazione del 13 gennaio 2022 della procura generale di Palermo, che riportava i contenuti dei colloqui del 2007, oltre alle registrazioni successivamente diffuse da Report.
La questione è precisa: quei colloqui esistevano. Altro è stabilire se contenessero dichiarazioni utilizzabili e attendibili, altro è affermare che le dichiarazioni non fossero mai state rese. Bilotti ricorda inoltre che in altri procedimenti sulla strage di via D’Amelio erano stati utilizzati, secondo quanto da lei riferito, colloqui investigativi con collaboratori come Lo Giudice e Gaspare Spatuzza. Chiede dunque di chiarire perché per Lo Cicero si debba adottare una valutazione differente. È una contestazione parlamentare, non una conclusione giudiziaria. E non basta l’esistenza materiale delle registrazioni per attribuire loro valore probatorio. La differenza, tuttavia, è sostanziale e riguarda il modo in cui la procura ha presentato pubblicamente quella documentazione. Alla fine, l’inchiesta sulle stragi resta attraversata da due problemi distinti: il primo riguarda gli accertamenti mai compiuti, i documenti dispersi, i collegamenti tra ambienti criminali e apparati dello Stato ancora da verificare. È il terreno sul quale il gip ha ordinato di proseguire le indagini e sul quale la Cassazione ha lasciato ferma la sua decisione; il secondo riguarda il rischio di costruire una ricostruzione investigativa attraverso dichiarazioni fragili, contraddittorie o sollecitate da domande che contengono già le risposte.
De Luca respinge la seconda strada. E assicura che la prima non è stata abbandonata. La Cassazione non ha stabilito chi, fuori da Cosa nostra, possa avere partecipato alle stragi. Ha lasciato aperta la possibilità di cercarlo. La procura adesso deve verificare ciò che ancora può essere verificato. Senza trasformare i sospetti in prove. E senza ripetere le omissioni che, trentaquattro anni fa, hanno lasciato troppe domande senza risposta.
