La pazienza di Ceuta sembra essere arrivata al capolinea. Dopo settimane di tensioni, emergenza migratoria e richieste di intervento rivolte a Madrid, il presidente della città autonoma Juan Jesus Vivas alza il tiro e mette direttamente sotto accusa la gestione del governo di Pedro Sanchez. Il messaggio è semplice: lo Stato avrebbe gli strumenti per riportare Ceuta alla normalità, ma non li starebbe utilizzando con la necessaria determinazione.
Vivas ha annunciato che concederà al governo trenta giorni. Se la situazione non dovesse migliorare, è pronto a rivolgersi alle più alte istituzioni dello Stato, compresi il Parlamento e la magistratura. Non per interferire con l’autonomia del potere giudiziario, ha precisato il presidente, ma per rappresentare direttamente la gravità della situazione. “Ho intenzione di trasmettere la situazione alla presidente del Tribunale Supremo, se vorrà ricevermi, e al presidente del Tribunale Costituzionale, se vorrà ricevermi. Semplicemente per dire: guardate, Ceuta è in pericolo”, le sue parole in conferenza stampa.
Parole pesantissime, soprattutto perché arrivano dal presidente di un territorio che da tempo chiede risposte a Madrid. Vivas denuncia infatti anche la scarsità di informazioni sulle procedure di rimpatrio e sulle misure economiche necessarie per permettere alla città di ripartire. Una gestione che, a suo giudizio, non appare all’altezza dell’emergenza. Ed è proprio qui che la critica al governo Sanchez diventa feroce. “Il governo ha mezzi e capacità perché si torni alla normalità entro un termine non superiore a trenta giorni”, il j’accuse di Vivas. Poi la domanda che inevitabilmente pesa sulla Moncloa: “Di fronte a questa evidenza, i cittadini si chiedono quale sia la ragione per cui non si interviene con la necessaria fermezza”.
Difficile trovare una sintesi più impietosa della situazione. Perché se davvero Madrid dispone degli strumenti necessari, il problema non sarebbe più soltanto la difficoltà nel fronteggiare una crisi eccezionale, ma la scelta politica di non utilizzare fino in fondo quei mezzi. Vivas ha già fatto sapere che in assenza di risultati coinvolgerà non soltanto Parlamento e magistratura, ma anche comunità autonome, Federazione dei comuni e delle province, organizzazioni imprenditoriali e sindacati. Una mobilitazione istituzionale che si trasformerebbe inevitabilmente in un caso nazionale.
Il punto politico è evidente. Ceuta è una frontiera esterna dell’Unione europea e una delle zone più delicate della Spagna. Lasciare che la situazione si trascini significa alimentare insicurezza tra i residenti e mostrare l’immagine di uno Stato incapace di garantire rapidamente il controllo del proprio territorio. La situazione è visibile a occhio nudo: la città è al collasso. Dalla Moncloa, dunque, servirebbero risposte concrete più che dichiarazioni. Perché quando il presidente di una città autonoma arriva a ipotizzare di bussare alle porte del Tribunale Supremo e del Tribunale Costituzionale per spiegare che “Ceuta è in pericolo”, significa che il rapporto con il governo centrale ha ormai superato la soglia della normale dialettica istituzionale.
Sanchez ha trenta giorni per dimostrare che Madrid possiede non soltanto i mezzi evocati da Vivas, ma anche la volontà politica di utilizzarli. Altrimenti il vero processo sotto accusa non sarà soltanto quello sull’emergenza di Ceuta, ma l’intera gestione del governo socialista.
