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Fermarsi per la strage non serve a niente

Il lutto non è uno stop generale imposto dall'alto, e soprattutto non deve trasformarsi in una punizione collettiva, in una recita forzata del dolore.

Fermarsi per la strage non serve a niente
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Gentile Direttore Feltri, a fronte delle decine di morti nella strage della notte di Capodanno, in Svizzera è stato proclamato il lutto nazionale. Ma anche il giorno della tragedia gli impianti sciistici risultavano aperti e attivi, così negozi e strutture ricettive varie. Hanno perso la vita giovanissimi in modo terribile. Non sarebbe stato il caso di fermare tutto?

Rosa Polito

Cara Rosa, capisco la tua domanda e capisco anche l'istinto: davanti a una strage viene naturale pensare che fermarsi sia la forma più alta di rispetto. Ma è proprio qui che si annida l'equivoco: il lutto non è uno stop generale imposto dall'alto, e soprattutto non deve trasformarsi in una punizione collettiva, in una recita forzata del dolore. Partiamo dai fatti, perché senza i fatti si fa soltanto teatro. In Svizzera, dopo la tragedia della notte di Capodanno a Crans-Montana, un incendio nel locale Le Constellation, è stato proclamato il lutto nazionale. Le autorità e i media parlano di circa 47 vittime. Si tratta di decine di ragazzi morti e oltre un centinaio di feriti. Per quanto riguarda gli italiani, l'aggiornamento diffuso in Italia parla di 13 feriti e 6 dispersi. Ora veniamo al punto centrale: che cosa comporta davvero un lutto nazionale? In uno Stato serio e libero, il lutto nazionale significa cordoglio ufficiale, bandiere a mezz'asta, momenti di raccoglimento, cerimonie, eventuali rinvii di eventi pubblici istituzionali. Significa che lo Stato dice siamo colpiti, siamo vicini, onoriamo le vittime. Non significa che la vita deve essere sospesa, che l'economia deve spegnersi, che il turismo deve evaporare, che le famiglie in vacanza devono chiudersi in camera a piangere per decreto. E infatti la cronaca di queste ore è chiarissima: la località sciistica ha continuato, per quanto possibile, a vivere: sciatori, piste, bar, un'apparenza di normalità fuori dalla zona dell'orrore. Non perché siamo senza cuore, ma perché la normalità è anche un modo di resistere alla tragedia. Tu mi chiedi: «Non sarebbe stato il caso di fermare tutto?». Ti rispondo: no. E lo dico senza ipocrisie.

Perché «fermare tutto» che cosa produce? Un danno economico immediato a lavoratori, strutture, famiglie, stagionali, piccoli commercianti. Una punizione indiscriminata per persone che non c'entrano nulla e che magari sono lì con bambini, con risparmi di un anno. L'illusione morale che il dolore si misuri con le serrande abbassate.

Questa è una mentalità da regime: «si soffre tutti allo stesso modo, tutti insieme, tutti zitti». Ma noi non siamo sudditi di un potere che ci ordina perfino come dobbiamo stare al mondo quando muore qualcuno. Il rispetto non si impone. Il silenzio non si decreta. La tristezza non si comanda. E soprattutto: la libertà non si sospende a comando, nemmeno per una tragedia. C'è poi un'altra cosa, che mi fa letteralmente imbestialire: l'idea secondo cui «se quei ragazzi non fossero andati lì a divertirsi, non sarebbe successo». È un ragionamento miserabile. I ragazzi hanno il diritto di festeggiare Capodanno. Hanno il diritto di ballare, di ridere, di brindare. Il problema non è la gioia. Il problema è la sicurezza. Se è vero, come si sta

ricostruendo, che un elemento scenico o pirotecnico (si parla perfino di una «candelina scintillante») avrebbe innescato un incendio rapidissimo, allora la domanda non è «perché erano lì?». La domanda è: perché quel posto era autorizzato così com'era? E perché materiali e struttura hanno permesso una propagazione fulminea? Inoltre, perché l'uscita, la capienza, i controlli sono stati gestiti con leggerezza?

Questa non è fatalità. Se un locale diventa una trappola, e basta una scintilla per trasformarlo in inferno, non siamo nel campo della sfortuna, piuttosto siamo nel campo delle responsabilità. Ed è lì che deve stare il rispetto vero per le vittime: accertare, punire, impedire che accada ancora.

Il lutto nazionale, insomma, è sacrosanto. Ma deve restare ciò che è in un Paese civile: un segno, non un manganello. Un gesto di cordoglio, non la sospensione della vita.

Perché le vittime meritano verità e giustizia, non una sceneggiata collettiva fatta di serrande abbassate per mostrare che siamo tristi. E se proprio vogliamo fermarci, fermiamoci su una cosa soltanto: sui controlli, sulle autorizzazioni, sulla sicurezza. Fermiamoci lì. E ripartiamo da lì. Tutto il resto è propaganda emotiva.

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