L’inaspettata rimozione di Nicolas Maduro da parte delle forze speciali statunitensi ha costretto Pechino a ricalcolare la sua strategia in America Latina, una regione che fino a pochi mesi fa era considerata il suo terreno privilegiato per espandere influenza economica e politica. Per anni, la Cina aveva costruito legami profondi con numerosi paesi latinoamericani, offrendo prestiti infrastrutturali, investimenti in porti, ferrovie e centrali elettriche, e creando una rete commerciale che spaziava dalla soia al petrolio, fino ai metalli strategici come rame e litio. Il Venezuela di Maduro rappresentava il perno di questa rete: un alleato antiamericano e ricco di petrolio. La caduta di Maduro, improvvisa e militare, ha messo in luce la fragilità di questo ecosistema di alleanze. Oggi, la Cina si trova a dover fronteggiare una situazione in cui i suoi interessi economici rischiano di essere messi da parte e il controllo americano nella regione si riafferma con forza.
La mossa della Russia in Venezuela
Secondo il Wall Street Journal, la sorpresa per Pechino è stata aggravata dalle mosse di Mosca. Mentre l’inviato cinese Qiu Xiaoqi era ancora impegnato a negoziare con Maduro il pagamento dei debiti venezuelani e l’accesso continuativo al petrolio, la Russia aveva già iniziato una silenziosa evacuazione delle famiglie dei propri diplomatici, senza informare i cinesi.
Mosca ha negato ufficialmente i resoconti sull’evacuazione, ma il fatto stesso che Pechino non fosse stata avvisata ha messo in evidenza la vulnerabilità della sua rete diplomatica e la complessità delle alleanze multilaterali in contesti ad alta tensione. Nel frattempo, il nuovo governo venezuelano guidato da Delcy Rodriguez ha cercato di rassicurare Pechino, confermando che la cooperazione economica e commerciale continuerà, nonostante il brusco cambio di leadership.
Tuttavia, Washington non ha intenzione di limitarsi a un intervento politico simbolico: secondo analisti vicini alla Casa Bianca, l’amministrazione Trump potrebbe sostituire le infrastrutture cinesi con progetti guidati dagli Stati Uniti e offrire alla nuova leadership venezuelana la ristrutturazione del debito in cambio di diritti esclusivi per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi. Questo scenario mette Pechino davanti a un bivio: difendere ciò che resta dei propri interessi o accettare un ridimensionamento della propria presenza strategica nel paese.
Problemi in vista per la Cina
La caduta di Maduro segna un punto di svolta non solo per la politica cinese in America Latina, ma anche per la sua strategia globale. Invece di cercare nuove espansioni immediate nella regione, il dibattito interno cinese sembra essersi concentrato su un calcolo strategico: se l’emisfero occidentale resta sotto l’influenza americana, allora Pechino deve considerare lo Stretto di Taiwan come la massima priorità per la propria sicurezza e i propri interessi.
Alcuni analisti cinesi interpretano l’azione degli Stati Uniti come una conferma della volontà di Washington di utilizzare la forza quando necessario, suggerendo che la Cina dovrà adottare un approccio più prudente ma al tempo stesso più deciso per proteggere i propri asset fondamentali.
La crisi venezuelana diventa così una lezione pratica sulla resilienza degli interessi cinesi di fronte alla determinazione americana e un monito sulla fragilità di alleanze basate su rapporti con singoli leader autoritari. In più, la gestione della vicenda da parte di Mosca evidenzia come anche partner ritenuti affidabili possano agire in autonomia, lasciando Pechino in difficoltà diplomatica.