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Cronaca internazionale

India invasa dagli “scarafaggi”. Le proteste elettorali in piazza

La contestata riforma delle liste, che escluderebbe dalle urne molti tra i più poveri, agita il Paese. Cortei del movimento nato sui social, pugno duro della polizia: oltre 2mila gli arrestati

Repressione Migliaia gli indiani fermati dalla polizia a New Delhi, dove è in corso una protesta del Partito delle blatte contro presunte irregolarità nella revisione delle liste elettorali

Nuova Delhi è stata blindata dalle forze di sicurezza per fermare le proteste contro la revisione delle liste elettorali. Ieri migliaia di poliziotti e paramilitari sono stati schierati nella capitale indiana, dove le autorità hanno chiuso diverse stazioni della metropolitana, sospeso la connessione internet in alcune zone e limitato la circolazione. Oltre duemila persone sono state fermate, mentre manifestazioni si sono svolte anche in altre città del Paese, alimentando lo scontro tra governo e opposizione.

La revisione delle liste elettorali è iniziata nel giugno 2025 nello Stato del Bihar, prima delle elezioni locali, ed è stata successivamente estesa a gran parte del Paese. L’obiettivo dichiarato dalla Commissione elettorale era eliminare dai registri persone decedute, trasferite o non rintracciabili. La procedura, denominata Special Intensive Revision (SIR), ha portato alla cancellazione di circa 130 milioni di nominativi dalle liste elettorali provvisorie. Secondo le opposizioni, però, errori e difficoltà nel produrre i documenti richiesti rischiano di privare del voto soprattutto i cittadini più poveri e le minoranze religiose. La Commissione è accusata di favorire il Bharatiya Janata Party (BJP) del primo ministro Narendra Modi e di aver condizionato alcune elezioni precedenti. Governo e autorità elettorali respingono le accuse, sostenendo che chi è stato escluso ingiustamente può chiedere il reinserimento nelle liste.

A guidare la mobilitazione è il Cockroach Janta Party, «Partito degli scarafaggi», nato sui social network come risposta sarcastica a un commento sui giovani disoccupati del presidente della Corte Suprema, Surya Kant. Fondato dall’attivista Abhijeet Dipke, il movimento chiede le dimissioni di Gyanesh Kumar, presidente della Commissione. Dipke è stato fermato ieri all’arrivo a Nuova Delhi, insieme ad altri dirigenti. Il gruppo aveva convocato la manifestazione a Jantar Mantar ma la polizia ha impedito l’accesso sostenendo che la richiesta di autorizzazione non era stata presentata nei tempi previsti. Nonostante i posti di blocco, alcuni manifestanti hanno comunque raggiunto il centro della città. Le immagini mostrano giovani inseguiti dagli agenti e caricati sugli autobus della polizia.

«Continueremo a protestare fino a quando Gyanesh Kumar non si dimetterà», ha dichiarato Ajinkya Shinde, dirigente del CJP, dopo il fermo dei leader del movimento. La protesta ha raggiunto anche Mumbai, dove circa 400 persone sono state fermate. Tra loro l’attore Imran Khan e Tushar Gandhi, pronipote del Mahatma Gandhi. A intensificare le polemiche anche le rivelazioni dell’Indian Express, secondo cui due membri della Commissione elettorale avrebbero espresso dubbi sulle procedure e sui sistemi informatici utilizzati per la revisione. Rahul Gandhi, tra i principali leader dell’opposizione, ha chiesto maggiore trasparenza, mentre il BJP accusa gli avversari di diffondere informazioni false e di contestare sconfitte elettorali. Per Modi, al potere dal 2014, le proteste arrivano a pochi mesi dalle elezioni del 2027 in diversi Stati, tra cui l’Uttar Pradesh, il più popoloso dell’India e una roccaforte del suo partito.