La crisi migratoria di Ceuta dovrà necessariamente essere oggetto di indagine da parte della Spagna e dell’Unione europea: un ingresso così massiccio e coordinato non può che essere frutto di un’azione eterodiretta. Oltre 60mila persone non entrano simultaneamente dai confini di un Paese se non con un piano preciso, che dovrà essere individuato con esattezza. Nel frattempo i giornalisti sul posto esercitano il proprio dovere di cronaca con inchieste sul campo, interrogando sia i residenti che gli immigrati su quanto accaduto. L’apice della crisi è stato superato, moltissimi migranti sono già tornati in Marocco ma a Ceuta continuano a esserci soggetti che non sono usciti, come segnalano i residenti. D’altronde è impossibile per le autorità capire esattamente chi è entrato e sapere esattamente chi è uscito.
Nelle scorse ore il premier Sanchez ha puntato il dito contro le “mafie” che sfruttano l’immigrazione irregolare in Spagna per arricchirsi e ha ipotizzato che anche dietro la crisi di Ceuta dei giorni scorsi potesse esserci qualche organizzazione. Ma sono stati gli stessi immigrati a smentirlo: “Non abbiamo pagato nessuno. Noi entriamo direttamente”. Così hanno raccontato a Okdiario, spiegando che “il problema non è la mafia” e che hanno passato il confine a nuoto.
Carlos Barragán e Jason Horowitz, corrispondenti da Ceuta per il New York Times, nella giornata di ieri hanno fermato e intervistato alcuni dei migranti e le risposte fornite sono state molto particolari. “Youssef Alaoui, 26 anni, ha detto che mentre il suo gruppo si avvicinava al confine giovedì, agenti di polizia marocchini indicavano loro la direzione giusta. ‘Non facevano altro che dire: Andate di là, andate di là’”, si legge nella cronaca in diretta delle scorse ore sul prestigioso quotidiano statunitense. “Mohammed Ahmidho, 37 anni, ha detto di aver saputo dell’afflusso verso la Spagna ieri sui social media, e che mentre si avvicinava al confine, agenti di polizia marocchini ‘dicevano: Venite in Spagna!’. Abbiamo incontrato il signor Ahmidho mentre stava tornando indietro attraverso il confine verso il Marocco. Non c’era niente da mangiare né da bere, né un posto dove dormire, ha detto, quindi stava tornando a casa”, scrivono ancora Barragán e Horowitz.
Sono dichiarazioni che dovranno essere verificate nelle prossime settimane ma che provengono dalla voce viva di chi ha provato a entrare in Europa attraverso quello che sembra essere il confine più fragile anche a causa di una sentenza della Corte Suprema spagnola. Così hanno spiegato anche le autorità spagnole, con in testa Pedro Sanchez, attribuendo una parte di responsabilità a una interpretazione dei giudici secondo i quali i migranti che arrivano a nuoto non possono essere respinti immediatamente dal Paese di provenienza perché non superano una barriera fisica. Nel momento in cui a nuoto entrano in acque spagnole devono essere sottoposti all’iter standard dell’immigrazione, che impiega mesi per essere espletato. Per questa ragione il governo spagnolo ha fatto installare una boa lunga 500 nelle acque attorno a Ceuta per indicare fisicamente l’ostacolo di confine e ovviare in questo modo alla sentenza dei giudici. Teoricamente, nel momento in cui il migrante supera una barriera visibile e fisica, può essere respinto immediatamente nel Paese di provenienza.
