Certo, è andata meglio di quanto previsto. E se di questo ci si possa accontentare, è difficile dire. Perché più che di quanto previsto, bisognerebbe parlare di quanto temuto: rendendosi conto che ormai il timore di vedere la città devastata da orde di maranza e centri sociali violenti, è diventato l’orizzonte nel quale le città da oggi, anzi dal 17 ottobre sono costrette a vivere. E non è di certo un bel vivere l’essere gettati nella paura: temere per i propri figli, per i nipoti, per le vetrine dei negozi costati una vita di sacrifici. Magari per la macchina o il motorino posteggiato in strada. Per i muri del palazzo da ripulire per l’ennesima volta a spese dei condomini. Piccole cose, rampognano grifagni politici e intellettuali di sinistra, misere considerazioni borghesi di fronte alla preoccupazione di quei giovani incappucciati di nero che sfasciando la città esprimerebbero tutta la loro preoccupazione per il futuro della loro generazione. Mandando in rovina un commerciante si ribellano alle ingiustizie sociali e rapinando scarpe e felpe di lusso, danno vita a tutta la loro indignazione per una società ingiusta. Sciocchezze verrebbe da dire, se non fosse che ad aver presa su quei ragazzi sono proprio i maestri cattivi e non quelli buoni. Né quello Stato che è stato costretto a mettere in strada i suoi uomini migliori, paracadutisti della Folgore e forze dell’ordine, per far capire a quegli ineducati che la libertà finisce proprio là dove comincia quella del loro prossimo. Non un centimetro più in là, altro che vetrine sfasciate e poliziotti aggrediti. Una lezione impartita con le maniere forti, con blindati ed equipaggiamenti anti sommossa, a dimostrare che non è con l’eccessiva indulgenza che si educa una generazione disperatamente bisognosa di più «no». Di quei «no» che aiutano a crescere.
