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Cronaca locale

De Bellis: “Con i giovani non basta la repressione. Serve la scuola”

Il responsabile Sicurezza di Forza Italia: “La remigrazione? Il problema è interno”

"Ma la sinistra si dissoci da quei violenti"

La città, dopo, ha quell’odore che resta sulle pietre anche quando le hanno lavate: plastica bruciata, urina, lo zucchero di qualche vetrina sfondata. Non è metafora, è solo quello che rimane quando un certo numero di adolescenti decide che la sera è fatta per spaccare e correre. Le strade del centro, la mattina dopo, hanno l’aria di un luogo che ha subito un’occupazione breve e violenta: non un assedio organizzato, non una battaglia, solo una sequenza di gesti che si sono alimentati a vicenda finché qualcuno non ha deciso di fermarli. Filippo De Bellis (nella foto) responsabile Sicurezza di Forza Italia Lombardia e consigliere del Municipio 5 di Milano, lo dice senza giri di parole: «Chi ha devastato la città e aggredito le forze dell’ordine è un criminale e deve risponderne senza attenuanti. Su questo non possono esserci dubbi».

Su questo, appunto, non possono esserci dubbi. «Ma la politica, se vuole davvero affrontare il problema, non può limitarsi alla sola repressione - puntualizza De Bellis -, deve interrogarsi piuttosto sulle ragioni che spingono tanti adolescenti a imboccare quella strada e su come impedire che altri facciano la stessa scelta. Non è una concessione, è il contrario: è il tentativo di non ripetere lo stesso copione ogni due o tre anni. Circa l’80% dei giovani fermati dopo i saccheggi era minorenne e, in larga parte, composto da italiani di seconda o terza generazione. Ragazzi nati o cresciuti nel nostro Paese, che parlano la nostra lingua, frequentano le nostre scuole e vivono nei nostri quartieri».

Sì. Sono giovani che non sono arrivati ieri. Non hanno bisogno di un traduttore. Hanno l’età in cui, in teoria, si dovrebbe ancora poter intervenire, prima che la strada diventi l’unica scuola disponibile e il gruppo l’unica appartenenza possibile. Questo dato smonta una scorciatoia fin troppo comoda.

«Gli slogan sulla remigrazione, qualunque giudizio se ne voglia dare, non rispondono a questo problema: non si può rimandare altrove un cittadino italiano nato a Milano - conclude De Bellis -. Il problema è interno alla nostra società e va affrontato con gli strumenti di cui dispone uno Stato che ha il dovere di punire chi delinque ma anche integrare e responsabilizzare i propri giovani».

Non si tratta, quindi, di negare il fenomeno, né di diluirlo in una sociologia generica. Si tratta di riconoscere che, in questo caso, il confine non passa tra chi è nato qui e chi no, ma tra chi resta dentro le regole e chi decide di uscirne. E che quel confine, per un minorenne, non è ancora definitivo.