Pier Galli ha 51 anni e quarantaquattro li ha passati sotto la cupola di Mengoni, da quando i suoi genitori hanno preso il ristorante Galleria, sul braccio che dalla Scala porta al Duomo. Ha visto i turisti girare il tallone sulle parti intime del toro, le cene di gala, le sfilate, il Covid che svuotava il Salotto come una chiesa a Ferragosto. Oggi presiede l’associazione «Il Salotto», che riunisce i commercianti della Galleria, e ieri pomeriggio ha visto una cosa che non gli era mai capitata: un’anziana svenuta tra le vetrine, mentre un centinaio di ragazzi vestiti di nero si prendevano il salotto dei milanesi e la polizia caricava sotto i mosaici. «Mai successo».A sera il bilancio è fatto di oltre cinquanta manifestanti portati in questura (la metà sono minorenni ndr) e una decina di feriti tra le forze dell’ordine (tra i quali c’è un funzionario in borghese colpito alla testa e deriso in coro mentre lo soccorrevano, oltre a un agente della questura) e 15 tra i partecipanti al corteo smistati tra Niguarda, Policlinico, Città Studi, Fatebenefratelli e San Giuseppe.Il corteo di ieri pomeriggio si chiamava «Italia in Piazza», era contro il carovita e contro il governo, e ha portato in centro oltre 5mila persone. Che a Milano la vita costi cara lo sa chiunque abbia ordinato un caffè in Galleria; che il problema si risolva spaccando i tavolini dei bar e tirandoli addosso agli agenti è una teoria economica più recente. In via Broletto, all’altezza di via San Tomaso, è partita la sassaiola, poi bombe carta, bottiglie, fuochi d’artificio. La polizia ha caricato, il corteo si è spezzato in due, un troncone è scivolato verso via Bossi lasciandosi dietro pensiline Atm sfondate e vetrate rotte ai primi piani di palazzi che di cortei ne hanno visti tanti, e quasi tutti più educati.Sciolta la manifestazione a Cordusio, gli irriducibili, qualche centinaio, si sono divisi a gruppetti scatenati. Una parte ha preso la Galleria, il resto si è piazzato sul sagrato del Duomo a bersagliare gli agenti sotto gli occhi dei turisti e di chi era uscito solo per comprarsi un paio di scarpe. Lacrimogeni, microcariche, il fumo che saliva verso la Madonnina.Chi ha più di quarant’anni, ieri, guardando quel fumo ha pensato a Genova.Era il luglio del 2001: il G8, la zona rossa, i black bloc che sfasciavano vetrine e bancomat mentre il grosso del corteo si chiedeva chi fossero e da dove venissero. La tecnica è la stessa, e non è cambiata in un quarto di secolo: ci si veste di nero, ci si copre la faccia, ci si mescola ai pacifici, si colpisce e ci si dissolve, lasciando a chi resta le manganellate e i titoloni. Genova finì con un ragazzo morto, la scuola Diaz, Bolzaneto, e una ferita che il Paese si porta ancora addosso. Milano, ieri, non è arrivata a tanto. Ma la coreografia era quella: il corteo che si spacca, la testa che va per conto suo, la polizia presa in mezzo. E una città che a fine giornata conta i danni e non capisce bene contro chi ce l’avessero, a parte le pensiline.Milano questo copione l’ha già visto. Il Primo maggio 2015, giorno dell’inaugurazione di Expo, le auto bruciavano in via Carducci e le vetrine saltavano a due passi da Sant’Ambrogio. Anche allora pochi violenti dentro un corteo molto più grande, lo stupore dei negozianti, la promessa che non sarebbe successo più. Undici anni dopo il passamontagna è tornato di moda: non più l’Expo da sabotare, ma il carovita da denunciare tirando i tavolini.E al posto dei black bloc adesso ci sono dei semplici ragazzini annoiati che molto assomigliano a quelli della minicar di Roma e i «maranza». Che, scesi in corteo, ora si fanno chiamare «Generazione Gaza».

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