A Venezia, d’ora in poi, le ceneri di un animale d’affezione potranno stare accanto a una sepoltura umana. Non dentro la stessa tomba, non confuse con quelle di una persona, ma lì vicino. È una distinzione burocratica, ma anche una distinzione di civiltà. Perché un cane, un gatto, una tartaruga non sono esseri umani e non occorre fingere che lo siano. Possono però essere stati una parte importante della vita di qualcuno. E quando quella vita finisce, anche la memoria cerca un posto dove sistemarsi. La novità veneziana nasce da questa esigenza. Riconosce un sentimento, ma gli impone una forma. Ed è forse questa la cosa più ragionevole che un’amministrazione possa fare. Perché ha il merito di non trasformare il sentimento in una farsa sentimentale. L’urna sarà separata dalle spoglie umane, identificata, registrata e sottoposta a precise verifiche. Il cimitero resta un luogo regolato e non diventa un camposanto per animali. Ma nemmeno rimane impermeabile alla trasformazione dei nuovi legami familiari. Perché è cambiato il modo in cui molti italiani definiscono la propria famiglia. Negarlo sarebbe miope, equipararlo alla persona sarebbe altrettanto artificiale. La soluzione di Venezia prova a stare esattamente in mezzo. Con una sola urna per sepoltura e non più di due animali. Il tutto è regolato da una precisione quasi notarile: materiali, dimensioni, fissaggi e procedure. E con un piccolo elenco che racconta molto più di quanto sembri. Sì al furetto, alla tartaruga, al coniglio, al pesce rosso. No al pony, perché anche la memoria deve fare i conti con lo spazio. Il diritto deve tradurre in regole i sentimenti e deve farlo senza umiliarli e senza consegnarsi completamente alla loro logica. Persino il divieto di fotografie la bestiola da sola sulla lapide spiega che la persona resta al centro. Non c’è una rivoluzione nei cimiteri veneziani, quindi. C’è una piccola crepa nella vecchia idea secondo cui gli affetti dovessero finire davanti al cancello.
