Gli spacciatori da arrestare non li sceglievano loro: li indicava un informatore che aveva tutto l’interesse a sbarazzarsi dei concorrenti. Secondo la procura, la squadretta della polizia locale di Milano eseguiva, e poi aggiustava i verbali. Che il gioco fosse quello lo sapevano benissimo. Nelle intercettazioni uno degli agenti dice che quell’uomo «vuole far friggere tutti i suoi nemici». Il collega lo chiama, testuale, un rapporto di «reciproca soddisfazione».
Per sei di loro la soddisfazione potrebbe finire in cella. Cinque erano già passati da San Vittore in estate e ora sono ai domiciliari, uno si è aggiunto strada facendo. Giovedì sono comparsi davanti al gip Elio Sparacino, che deve decidere sulla richiesta di carcere dei pm Giovanni Tarzia e Francesca Celle. Nel frattempo l’inchiesta si è allargata. Gli indagati in divisa sono quindici, gli arresti contestati otto, i capi d’imputazione 33, tra falso, calunnia e peculato.
Il metodo, secondo l’accusa, era sempre lo stesso: la soffiata, un’esca, poi un verbale scritto su misura. A Corsico, il 16 luglio, un uomo viene attirato, trasferito verso Milano fuori competenza e accusato di droga e resistenza che non ci sarebbero mai state. Andando a ritroso fino a gennaio, gli investigatori trovano episodi di spaccio descritti nei verbali ma mai avvenuti e orari che non tornano.
Il bottino è da sagra di paese: qualche monile e una collanina, una bici elettrica sparita dopo una perquisizione. Non era questo lo scopo. Lo scopo erano i numeri. Tanti arresti, tanti applausi, e magari quella «posizione organizzativa» che alla commissaria avrebbe portato galloni e stipendio. Nella loro chat, «Siamo... stupefacenti», si raccontavano come erano andate davvero le cose. Ai magistrati ne raccontavano un’altra versione.
Il problema è che, a volte, i bersagli hanno sedici anni. Uno di loro viene tirato giù dalla bicicletta e accusato di una droga trovata in un cortile, non addosso a lui. Lo dice una collega, l’unica che in questa storia si indigna. Il collega indagato non la smentisce. Le rimprovera solo di averne parlato in giro. Poi concede che sì, era stato un brutto intervento. Lei invece mette a verbale la frase che conta e fa effetto per la sua schiettezza: a quel ragazzo hanno «rovinato la vita».
