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Cronaca locale

Un Caravaggio “inedito” alle mostre della Grande Brera

L’opera, custodita in un deposito, fa parte del percorso alla Pinacoteca

Caravaggio incontra Rembrandt alla Pinacoteca di Brera, l'anteprima 3

La facciata della Pinacoteca è impacchettata e i lavori per la messa in sicurezza procedono: si concederanno una pausa in primavera, per permettere le iconiche installazioni della Design Week, e poi continueranno fino al termine dei lavori, previsto per l’estate. La Grande Brera non ferma però il «cantiere delle mostre»: ce ne sono due, appena inaugurate, che meritano la visita. «Cento anni per Brera. Acquisti e doni degli Amici» (fino al 14 febbraio), curata da Alessandro Morandotti, Lorenzo Francesco Colombo e Valentina Ferrari, racconta un secolo di impegno civile. Tutto ebbe inizio nel 1926, quando il direttore di Brera Ettore Modigliani fondò l’Associazione Amici di Brera. Da allora, il sodalizio ha attraversato il secolo (superando persino la soppressione fascista del 1939) per farsi custode e promotore del patrimonio braidense: il percorso si snoda tra le sale della Pinacoteca e quelle di Palazzo Citterio e presenta opere interessanti, alcune poco visibili perché custodite nei depositi, affiancandole a documenti e fotografie storiche relative alle donazioni e alla raccolta fondi necessaria per comprale. È incredibile pensare che tra le donazioni figurano capolavori assoluti come la «Cena in Emmaus» di Caravaggio, «I pascoli di primavera di Segantini» e «La morte di Cleopatra di Cagnacci», giunti al museo grazie alla lungimiranza di presidenti e mecenati.

Se la mostra degli Amici celebra il dono, la retrospettiva dedicata a Carlo Maria Mariani (1931-2021) a Palazzo Citterio esalta l’essenza stessa del figurativo. Intitolata «L’eternità della pittura» e curata da Eike Schmidt e Clayton Calvert, è la prima grande antologica postuma dedicata a un artista italiano che fece fortuna in America e che possiamo definire «un concettuale che dipinge». Scandita in 70 opere, la mostra ripercorre le varie fasi della carriera di Mariani. Figlio del romanziere e saggista teatrale Anastasio Mariani e di Anita De Angelis, Carlo Maria Mariani cresce a Roma e impara fin da piccolo ad apprezzare l’arte dei grandi maestri (su tutti, Raffaello). La maturità del suo stile si manifesta negli anni Settanta e Ottanta attraverso una tecnica pittorica capace di restituire dettagli di straordinaria precisione, soprattutto nella rappresentazione della figura umana. Negli anni Novanta, in seguito al trasferimento a New York, città dove ancora vive la moglie, approfondisce l’architettura neopalladiana. La statuaria antica resta però una sua felice fissazione: dopo il trauma dell’11 settembre, le sue tele sono attraversate da un persistente senso di inquietudine per cui la bellezza classica vira al perturbante. Gli ultimi lavori rappresentano una riflessione (critica) sul mondo dell’arte e ci interrogano sul valore, in un mondo dominato dal digitale, della figurazione. «Affermare che la pittura ha ancora un senso nel contemporaneo ha detto il direttore Angelo Crespi è il cuore di questo progetto che riporta Mariani a confrontarsi idealmente con i maestri del passato che la Pinacoteca e Palazzo Citterio custodiscono».