Alle quattro del pomeriggio di sabato, a Cunardo, provincia di Varese, il tempo aveva la consistenza densa e immobile che hanno certi pomeriggi d’estate nelle case di cura: corridoi silenziosi, tende tirate contro il sole, il ronzio basso di un condizionatore. È in quella immobilità che un uomo di 85 anni, Flavio Ranzoni, ha compiuto il gesto che avrebbe posto fine, nello stesso istante, a due esistenze e a una vita intera vissuta insieme.
La struttura si chiama «Le Terrazze», eccellenza sanitaria della zona, il tipo di posto dove si viene ricoverati quando la malattia ha ormai vinto ogni battaglia domestica. Lì, da tempo, era assistita la moglie dell’uomo, Imelda Casonato, 77 anni, allettata, in condizioni ormai compromesse. Il marito, residente come lei nel Luinese, a un passo dalla sponda orientale del Lago Maggiore, non mancava mai alla visita quotidiana. Un rito, prima che una tragedia.
L’altroieri però l’uomo ha portato con sé una pistola di piccolo calibro, regolarmente detenuta - un dettaglio che la burocrazia italiana registra sempre con la stessa cura ottusa, come se la regolarità di un possesso potesse dire qualcosa sulla regolarità di un’anima. È così entrato nella stanza. Ha raggiunto il letto. Ha estratto l’arma e ha sparato alla donna allettata. Poi, senza un attimo di esitazione secondo le prime ricostruzioni, ha rivolto la pistola contro se stesso, in piedi accanto al capezzale, e ha esploso un secondo colpo.
Il personale sanitario è accorso subito, inutilmente. Entrambi sono morti sul colpo. Non c’è stato spazio per soccorsi, né per parole.
C’è qualcosa di irriducibilmente moderno, e insieme antichissimo, in una morte simile: l’amore coniugale di una coppia senza figli che sopravvive al corpo che si sfalda, e che a un certo punto, esaurita ogni possibilità di cura, si trasforma in una decisione radicale. Non eutanasia clandestina, non pietà astratta, ma la conclusione pratica di due vite che avevano smesso da tempo di poter essere pensate separatamente. La coppia era, secondo chi la conosceva, molto unita: un’unione che l’età e la malattia non avevano intaccato, semmai indurito, come si indurisce un patto quando non resta altro.
Sul posto sono intervenuti i carabinieri della compagnia di Luino (Va), affiancati dal Nucleo investigativo, insieme al pubblico ministero di turno e agli specialisti della Scientifica, impegnati nei rilievi per ricostruire con esattezza la dinamica dei fatti. L’ipotesi degli inquirenti, al momento, è quella di un omicidio-suicidio maturato nella disperazione: un uomo che non ha retto al progressivo aggravarsi della malattia della compagna di una vita, e che ha scelto - se di scelta si può parlare in simili circostanze - di non sopravviverle.
Resta da capire cosa sia passato, in quei minuti, nella testa di un uomo di ottant’anni che impugna un’arma per l’ultima volta. Non la follia improvvisa che si legge spesso nelle cronache di questo tipo, quanto piuttosto l’esito di una lenta erosione: mesi, forse anni, di visite quotidiane a un corpo che si spegneva, di un amore costretto a esercitarsi solo nella fedeltà di un rito ripetuto senza speranza di guarigione.
