Trenta anni di interrogativi e finalmente risposte. Dopo che lo scorso gennaio è stato fissato un primo punto fermo il giallo dell’omicidio di Nada Cella - con la condanna in primo grado a 24 anni di reclusione dell’insegnante Anna Lucia Cecere - ora le motivazioni spiegano le ragioni della corte d’assise presieduta dal giudice Massimo Cusatti.
Le nuove indagini erano ripartite grazie all’intuito e alla tenacia della criminologa Antonella Delfino Pesce, affiancata dalla legale Sabrina Franzone e sostegno delle parti civili - ovvero la mamma della vittima Silvana Smaniotto e la sorella Daniela. Gli spunti forniti erano stati poi accolti dalla pm Gabriella Dotto.
Nada Cella aveva solo 25 anni quando fu uccisa brutalmente la mattina del 6 maggio 1996 all’interno dello studio in cui lavorava, quello del commercialista Marco Soracco - ora condannato a 2 anni per favoreggiamento - in via Marsala a Chiavari. La giovane segretaria era in realtà sopravvissuta all’attacco, per poi morire in ospedale a causa della gravità delle ferite riportate.
Come riporta l’Ansa, Soracco, che inizialmente era stato indagato, secondo quanto affermano i giudici, avrebbe chiesto a Nada Cella di non passargli le telefonate di Anna Lucia Cecere, che aveva conosciuto nei gruppi di ballo con gli amici e che avrebbe preso a frequentare. Ma Cecere sarebbe stata invisa alla madre e alla zia di Soracco, ovvero Marisa e Fausta Bacchioni, che peraltro abitavano nel condominio del delitto.
Il professionista, “succube e ostaggio delle decisioni di mamma e zia”, non sarebbe intervenuto a fugare i dubbi su di sé nelle prime indagini che lo videro al centro, poiché “ha ‘tradito’ la madre quando ha iniziato a provare interesse per una donna non all'altezza del proprio rango sociale. È quindi possibile che abbia sentito il ‘dovere’ di espiare la correlata pena, costituita dal peso delle indagini e della pubblica sovraesposizione della sua persona. Se avesse, invece, abbracciato la scelta di liberarsi quanto prima dalla graticola giudiziaria e mediatica sulla quale era finito avrebbe corso il rischio che Cecere rivelasse pubblicamente il di lui ‘indegno’ interesse”, diventando in questo modo “parafulmine dell'ira funesta di una donna diventata omicida quasi per caso”.
Per quanto riguarda la condanna di Cecere, hanno avuto peso un bottone rinvenuto sulla scena del crimine, bottone identico a quelli di una giacca trovata in casa di Cecere nei 5 giorni in cui venne attenzionata nel 1996, una giacca che “solo un clone avrebbe potuto indossare quella mattina”. Inoltre c’era la testimonianza di una mendicante e del figlio, che videro una donna uscire dal condominio di via Marsala all’ora presunta dell’aggressione e che permisero la realizzazione di un fotokit, il quale poi ha rinforzato le accuse nei confronti dell’insegnante, che poco tempo dopo si era trasferita in Piemonte.
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Per i giudici il movente dell’omicidio è da rintracciarsi nella personalità
dell’imputata, “una donna dal vissuto assai sofferto, cresciuta tra mille difficoltà, convintasi della possibilità di ‘sistemarsi’ soltanto conquistando un uomo possidente grazie alla sua indubbia avvenenza, complessata e frustrata”.