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Cronaca nera

Via Poma, parla la sorella di Simonetta Cesaroni: “Nell’ufficio c’era qualcuno nascosto”

A 36 anni dall’omicidio, Paola Cesaroni torna a parlare della sorella Simonetta e dei tanti interrogativi rimasti senza risposta: dalle tracce di sangue scomparse allo sconosciuto che le disse “Il peggio deve ancora venire”. Intanto la Procura è tornata a indagare

Prima di diventare il nome di uno dei casi più controversi della cronaca italiana, Simonetta Cesaroni era una ragazza di 20 anni piena di vita. “Rideva tantissimo”, racconta la sorella Paola. Le due avevano sei anni di differenza e avevano condiviso la passione per il pattinaggio. C’erano poi le vacanze sulla neve con il padre, le discoteche e il viaggio in Spagna del 1987, la prima vera vacanza di Simonetta senza i genitori: “Barcellona e poi giù fino a Torremolinos. Ballavamo fino all’alba”. Nell’estate del 1990 era innamorata di Raniero Busco, ma soffriva perché lui aveva deciso di partire senza di lei. “Io cercavo di scuoterla: sei giovane, bella, non sarà l’unico sulla terra”. Simonetta, però, guardava avanti: lavorava negli uffici degli Ostelli della gioventù di via Poma e stava organizzando una vacanza in montagna. Aveva chiesto alla sorella dei dépliant, che Paola prese proprio il 7 agosto. “Tornata a casa li appoggiai pensando che li avrebbe guardati. Non li vide mai”.

La sera della scoperta

Quella sera Simonetta non tornò a casa e non telefonò, cosa insolita per lei. La famiglia iniziò a cercarla e arrivò a via Poma dopo essere passata dal suo datore di lavoro, Salvatore Volponi. Davanti all’ufficio, la moglie del portiere Giuseppa De Luca disse più volte di non avere le chiavi. Paola ricorda di avere insistito: “Saliamo comunque, magari Simonetta si è sentita male”. Le chiavi arrivarono soltanto dopo. Volponi entrò per primo e tornò sconvolto, con le mani tra i capelli. Paola lo seguì e vide il corpo della sorella a terra.

Le tracce scomparse

Tra gli elementi che ancora oggi alimentano i dubbi di Paola ci sono tre strisce di sangue che il compagno Antonello avrebbe visto dietro la porta dell’ufficio. Quelle tracce, però, secondo la sorella, non comparirebbero nelle fotografie della Scientifica. “Per me c’è una sola spiegazione: quando entrammo in quell’ufficio c’era già qualcuno. L’assassino o qualcuno che doveva ripulire”. Paola ritiene possibile che una persona si sia nascosta nell’ufficio, sufficientemente grande da permetterlo, aspettando che i familiari uscissero. “È un pensiero che ancora mi dà i brividi”. Anche il comportamento di De Luca continua a interrogarla. Quando arrivò la polizia, racconta, la donna avrebbe tenuto le chiavi dietro la schiena mentre un agente gliele chiedeva. “Fui io a indicarla: ‘Ce le ha lei’. Un comportamento che ancora oggi non riesco a spiegarmi”.

“Il peggio deve ancora venire”

Poco dopo la scoperta del corpo, nell’atrio del palazzo, Paola incontrò un uomo che non è mai stato identificato. Lo descrive come giovane, con occhiali e capelli scuri. Pensò fosse un assistente sociale, ma in Questura le dissero che non apparteneva alle forze dell’ordine. Prima di allontanarsi le disse: “Il peggio deve ancora venire”. Anche Simonetta, prima di morire, aveva ricevuto telefonate anonime al lavoro. “Un uomo le faceva complimenti. Ma le diceva anche: ‘Tu mi conosci’. Non abbiamo mai saputo chi fosse”. Dopo l’omicidio arrivò invece una minaccia alla famiglia: “Una voce disse a mamma che avrei fatto la stessa fine di Simonetta”. Nel 1993 Paola rimase coinvolta in un tamponamento e raccontò poi di essere stata inseguita e aggredita da tre uomini. I responsabili furono identificati e, secondo il suo racconto, la polizia ipotizzò un possibile collegamento con il delitto. “Non so se fosse vero. L’indagine poi non venne fatta”.

Le domande ancora aperte

Nel corso degli anni le indagini hanno seguito diverse piste e coinvolto Pietrino Vanacore, Federico Valle e Raniero Busco, l’ex fidanzato di Simonetta, condannato in primo grado a 24 anni e poi assolto definitivamente in Cassazione. A 36 anni dal delitto la Procura è tornata a esaminare il caso. Paola guarda con speranza ai nuovi accertamenti e ai confronti del Dna: “Restano 70 persone per le quali abbiamo chiesto la prova del Dna, da confrontare con quanto ritrovato oggi. Sono fiduciosa”. La sua testimonianza è ora raccolta anche nel libro In nome della verità, scritto con Igor Patruno e pubblicato da Piemme. Ma al centro del racconto resta Simonetta, non soltanto la vittima di un delitto irrisolto. “Il sorriso di mia sorella. Una ragazza che aveva tutta la vita davanti. Questo mi dà la forza per combattere”.

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