I freni e i "ceppi": spunta la mail dopo lo schianto

Prima la telefonata ricevuta dal responsabile tecnico: "La fune è a terra". Poi la mail relativa "all'utilizzo improprio del sistema frenante"

I freni e i "ceppi": spunta la mail dopo lo schianto

La tragedia del Mottarone si continua ad arricchire di particolari agghiaccianti e giustificazioni che lasciano intendere come si potesse evitare l'incidente, tenendo in vita le 14 persone invece decedute in seguito al crollo della funivia. Poco dopo l'incidente sarebbe partita una chiamata da Gabriele Tadini a Enrico Perocchio. Il capo degli operai della funivia si sarebbe così messo immediatamente in contatto con il responsabile tecnico dell'impianto, comunicandogli con urgenza quanto avvenuto: "Enrico, ho una fune a terra. La fune è giù dalla scarpata. La vettura aveva i ceppi". Il cellulare squilla pochi istanti dopo per la seconda volta, con un dettaglio che viene ripetuto nuovamente: "La vettura aveva i ceppi". Tadini è agitato e attende che arrivi sul posto Perocchio. Il quale si trova di fronte un teatro di morte: cabina accartocciata, corpi intrappolati e cadaveri lungo la collina.

I "ceppi" citati fanno riferimento a quelli che vengono solitamente chiamati "forchettoni". Un ulteriore sopralluogo sul luogo dell'incidente, effettuato nella mattinata di ieri, ha consentito di trovare la seconda parte del "forchettone". La cui presenza sarebbe stata una scelta "consapevole", fatta sacrificando la sicurezza dei passeggeri pur di continuare a lavorare. Secondo l'ipotesi accusatoria, il "forchettone" sarebbe stato volutamente lasciato in posizione per evitare il ripetersi di blocchi e per non interrompere il servizio ai danni dei passeggeri e dei turisti.

Quella mail inviata

Tuttavia Perocchio, per voce del suo avvocato Andrea Da Prato, ha negato a gran voce di essere a conoscenza della procedura per escludere i freni: "Portare persone con i forchettoni è una pratica suicida, una circostanza che il mio cliente respinge nel modo più assoluto. Non ne aveva idea". Tanto che, come riportato da Il Fatto Quotidiano, nella tarda mattinata di martedì (prima che Perocchio finisse indagato) il suo legale avrebbe inviato una mail - tramite Pec - alla procura di Verbania. Nel testo si farebbe riferimento a diversi "elementi" potenzialmente utili alle indagini, dopo aver appreso da un dipendente della società di gestione informazioni relative "all'utilizzo improprio del sistema frenante".

"Speravano nella buona sorte"

Secondo il procuratore di Verbania, Olimpia Bossi, i tre fermati "confidavano nella buona sorte" convinti del fatto che il blocco volontario del sistema frenante di sicurezza non avrebbe mai causato un disastro come quello che invece ha provocato la morte di 14 persone. La Bossi, che sta indagando su quanto accaduto nella giornata di domenica, ha inoltre svelato un particolare piuttosto eclatante: non si sarebbe trattata di un'iniziativa singola, ma di una "scelta condivisa e soprattutto non limitata al giorno" della tragedia. Sarebbe diventata ormai una sorta di consuetudine per "bypassare le problematiche dell'impianto che dovevano essere risolte con interventi più radicali".

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