Affidamento dei minori, la storia di Giovanna e Alessandra, quando l'amore non basta

Superficialità e mancanza di formazione alla base di un sistema che andrebbe rivoluzionato

Affidamento dei minori, la storia di Giovanna e Alessandra, quando l'amore non basta

“L'amore non basta”. La conclusione di Giovanna (nome inventato per rispetto della privacy) ha un sapore amaro. E la consapevolezza, dopo anni di incertezze, di un sistema, quello dell'affido famigliare, che mostra molti punti deboli. A Taranto, in Puglia, come in tante altre realtà.

Con lei e il marito, dal 2015, vive Alessandra (anche il nome della bambina è immaginario). Giovanna ha deciso di denunciare.

Un disegno allarmante fatto a scuola e una dichiarazione che subito insospettì il maestro: “Mio fratello mi ha messo le mani nelle mutandine” ha dato avvio all'affidamento d'urgenza. Quel giorno Alessandra non fu riportata da scuola a casa. Le assistenti sociali che già seguivano la famiglia disagiata, la dirottarono in comunità.

Un centro per minori dove la piccola di sette anni poteva crescere al riparo dalla nonna, dal fratello poco più grande e dal padre considerato non in grado di educare i figli esposti, si presume dagli approfondimenti psicologici, alla visione di film pornografici. Una situazione delicata e di disperazione in cui la figura materna era già venuta a mancare prematuramente.

“ ' Alessandra non diventerà mai un ingegnere' mi dissero quando decisi di prendere in affido la piccola.” è questa frase che ritorna in mente a Giovanna e sulla quale insiste per dimostrare quanto il sistema dell'affido sia completamente da rivedere. Per gli operatori del settore questi bambini hanno addirittura poche chance di riprendersi totalmente la vita in mano. Sono segnati.

Ma se ci fosse un sistema efficiente non sarebbe così. “Bisogna ricordare che questi minori hanno comunque i genitori” spiega Gina Lupo, avvocato esperto in Diritto di famiglia e consigliere comunale a Taranto. “I genitori di questi bambini per particolari condizioni (problemi mentali o di salute) sono ritenuti inadatti o incapaci. Non sono quindi orfani. La loro è una condizione diversa: le famiglie affidatarie sono sottoposte ad un'attenta analisi – ricorda Lupo - delle loro condizioni di idoneità all'affido. Oltre alla valutazione della loro disponibilità. Ma va evidenziato, senza ambiguità, che non si tratta di un'adozione. L'affido può definirsi, invece, un'attività di sostegno ai piccoli, cui si vuole aprire le porte di casa, e alle famiglie di questi. Un problema decisivo sorge – aggiunge l’avvocato Lupo - quando la famiglia affidataria si affeziona talmente tanto al bambino che lo considera un po' suo, perdendo di vista la realtà. Sono seguiti sia i bambini affidati che i genitori affidatari. Il servizio sociale non può abbandonarli. Ecco perché è assurdo dire che bambini e famiglie siano lasciati a se stessi. Ora – conclude l’avvocato Gina Lupo sottolineando il passo avanti - c'è una legge di tutela degli affetti, la legge 173 del 2015”.

Per legge l'affidamento dei minori è inizialmente solo temporaneo, dura per il periodo in cui sussiste l'impedimento nella famiglia di origine di crescere il bambino. Molto spesso gli affidi diventano, successivamente, vere e proprie adozioni. Esiste un termine massimo che però può essere prorogato nell'interesse del minore. In caso in cui la famiglia di origine torna ad essere nelle condizioni di prendersi cura nel minore, allora lo stesso può tornare. Anche se questo non esclude che i bambini possano essere di nuovo vittime di traumi e violenze.

“Ho conosciuto Alessandra perché aiutavo i bambini della comunità a fare i compiti. Tra noi – torna a raccontare Giovanna - si è creato un legame e la responsabile del centro mi disse che potevo portarla a fare una passeggiata fuori o a dormire a casa per un fine settimana, assicurandomi che c'era l'autorizzazione del giudice, ma non era vero.” Pressapochismo e superficialità, secondo il racconto di Giovanna, spesso contraddistinguono i lavoro degli operatori sociali, psicologi in primo luogo. “Il pubblico non ha soldi e siamo costretti a rivolgerci al privato” dice ancora. E i giudici? “Il giudice di ascolto mi aveva detto “Se avete una psicologa di riferimento potete andare all'ufficio affido e cercare di inserire questa psicologa”, ma nello stesso ufficio le avrebbero detto di avere disposizioni proprio dal giudice di non occuparsi del caso di Alessandra. “Non si riesce a trovare neanche un avvocato perché hanno paura di mettersi in una condizione di conflitto con i tribunali e i servizi. Mi rispondono, aggiunge Giovanna: "Non possiamo chiedere troppo altrimenti le tolgono la bambina”. Il rischio è che tutto questo si trasformi in un ricatto.

“Non mi piace dirlo, ma i genitori affidatari danno un servizio allo stato” conclude la mamma affidataria con amarezza.

Non solo non c'è personale specializzato, ma non c'è neanche rete. Dovrebbero essere formati anche i genitori affidatari, ma così non è. “Il primo passo per la rinascita di questi bambini è l'alfabetizzazione emotiva” continua Giovanna. Ma non c'è un vero e proprio progetto personalizzato che lo preveda. “Non sanno cosa sono le emozioni. Hanno questa bomba dentro che prima o poi scoppia e tu, genitore affidatario, non sempre sei in grado di affrontarla. Come calmare quel bambino che non sa dare neanche un nome a quella tristezza o rabbia che si porta dentro”.

“Un progetto sul futuro di Alessandra non è mai stato fatto e io con mio marito abbiamo sempre provveduto privatamente. Nel decreto di affido il progetto c’è, ma non è stato mai fatto. Ho perso tante giornate di lavoro sballottata da un ufficio all'altro senza avere un'assistenza e un percorso da seguire per dare alla bambina la possibilità di superare i traumi tracciando un percorso di crescita”.

Si è completamente abbandonati a se stessi. Da un lato i genitori veri che vivono situazioni disagiate, dall'altro i genitori affidatari che possono cadere anche in depressione se non ce la fanno e i bambini vittime di un sistema. Se lasciati in comunità, a 18 anni devono abbandonare il centro in cui sono cresciuti non sapendo dove andare.

Secondo Giovanna, nel centro dal quale proviene Alessandra c'è una specie di ristorante con un bed and breakfast. “In quel caso il ragazzo se desiderava rimanere, poteva farlo fino a 21 anni lavorando nel ristorante."

La legge dell'affido si sta

evolvendo, ora c'è una proposta per la tutela della continuità degli affetti lasciando i genitori affidatari come genitori adottivi a tutti gli effetti.

Così, conclude Giovanna: “Un destino già segnato può essere riscritto”.

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